L’ossitocina: funzioni fisiche e funzioni psico-emotive

L’ossitocina è un ormone e neurotrasmettitore coinvolto in numerosissimi processi della nostra vita.
Comunemente associato alla nascita e alle contrazioni uterine, è tuttavia prodotta dal nostro organismo molto più frequentemente di quello che pensiamo e svolge un gran numero di funzioni, sia sul corpo, sia sulla mente.

E’ chiamata “l’ormone dell’amore” ed è definito un “ormone timido”.
Viene infatti prodotta solo ed esclusivamente quando il corpo e la mente sono in pace o in stato di rilassamento, quando ci si sente a proprio agio, al sicuro.

Come tutti gli ormoni non è implicato solo in fenomeni fisici: l’ossitocina ha un grandissimo numero di effetti sul comportamento e sulla sfera psico emotiva.

E’ responsabile dell’atteggiamento accuditivo delle madri e dei padri, favorisce le dinamiche di relazione, il senso di protezione, i comportamenti di conciliazione e unione.
Sempre si trova coinvolta nell’innamoramento e nelle sensazioni di profondo affetto.
Presente in travaglio, al parto e nelle due ore dopo il parto, sia per le funzioni biologiche che esplica sia per la sua capacità di favorire il legame mamma/bambino.
Interviene nell’allattamento e nelle situazioni di cure amorevoli.
E’ l’ormone prodotto durante i baci appassionati, durante l’eccitazione sessuale e l’orgasmo. Interviene nelle sensazioni di benessere di corpo e mente:
Ad esempio? L’abbraccio di una persona cara, un massaggio rilassante, l’assaggio di una buona torta, l’accarezzare il proprio gatto.

In gravidanza

Durante la gravidanza l’ossitocina inizia ad essere prodotta molto presto, ma non provoca contrazioni (non prima della 28/30esima settimana circa). Questo accade perché a livello uterino i recettori per l’ossitocina sono pochi e immaturi e quindi non compare la funzione contratti
Il suo compito è prevalentemente sul piano psico-emotivo: collabora con gli estrogeni al fine di rendere la donna più empatica e aperta da un punto di vista emozionale. Predispone infatti all’accudimento, alla relazione con il bambino e favorisce il senso di protezione.

In travaglio e al parto

Nel travaglio e nel parto l’ossitocina ha un ruolo fondamentale: genera le onde contrattili necessarie alla dilatazione della cervice uterina e alla spinta propulsiva del parto.
Ma non solo: anche qui il suo obiettivo e favorire l’apertura (simbolicamente fisica ed emotiva) che porterà la mamma ad accogliere il suo piccolo.
Se non è disturbato il travaglio sarà efficace e sopportabile, la madre non si sentirà sola o in balia delle sensazioni dolorose. Avrà anzi sempre chiaro quanto sia profonda ed efficace la collaborazione con il suo bambino nel grande lavoro che sta compiendo.

Nel post partum

Il post partum è quella fase che corrisponde alle due ore immediatamente successive al parto.
E’ un periodo di adattamento tanto per la mamma quanto per il bimbo e, soprattutto, è per entrambi un momento di incontro e di avvio della relazione fuori dal pancione.
In questa fase l’ossitocina viene secreta in quantità addirittura maggiori rispetto al parto e gioca un ruolo importantissimo per la salute. Provocando infatti ulteriori contrazioni nella muscolatura uterina fa si che la placenta si possa staccare e fuoriuscire dal corpo materno. Al contempo, sempre attraverso le contrazioni, aiuta l’utero a perdere meno sangue, facendo emostasi e prevenendo l’emorragia post-partum.
Agisce inoltre in collaborazione con la prolattina sulla ghiandola mammaria favorendo produzione ed emissione di latte.


Da un punto di vista comportamentale e psicoemotivo l’ossitocina è proprio in questa fase che determina l’innamoramento della mamma verso il suo bambino, favorendo l’attaccamento e l’affetto profondo. L’ossitocina, se accompagnata da buone dosi di endorfine (tipiche nella nascita dolce e rispettata) porterà la donna verso sensazioni di soddisfazione, appagamento, profondo benessere.
Per il post partum è importante sapere che solo il contatto pelle a pelle è in grado di favorire abbondante produzione di ossitocina.
Mamma e bambino non devono, infatti, essere separati. Stare tranquilli, al caldo, nudi e in un posto sicuro a godersi il primo incontro è un diritto e una scelta di salute.
E come fare con misurazioni, pesata e visita pediatrica? Se tutto va bene si può assolutamente aspettare!

In allattamento

Come già citato, in allattamento l’ossitocina aiuta la fuoriuscita del latte dai dotti mammari. Legandosi alla muscolatora dei dotti crea una piccola contrazioni di questi che causerà l’emissione del latte dal capezzolo
Rispetto la dinamica relazionale l’ossitocina in allattamento è capace di stimolare nella mamma il senso di protezione, la capacità di comprendere i segnali del piccolo e di rispondere ai suoi bisogni. Favorisce infatti tutte le dinamiche di cure amorevoli e sostiene il legame di attaccamento.

Nella sessualità

L’ossitocina è uno degli ormoni maggiormente prodotti nella sessualità
Secreta in grandi quantità nelle fasi di eccitamento, è favorita dai baci appassionati, dagli abbracci, dal toccare.
Durante l’orgasmo femminile è responsabile delle contrazioni ritmiche di utero, vagina e perineo e collabora con le endorfine nel dare l’appagamento immediatamente successivo.

E’ importante, prendendo in esame la sessualità, notare come l’ossitocina “lavora” e sempre e solo se ci si sente al sicuro, sereni e rilassati.
L’eccitazione e l’orgasmo non sarebbero possibili senza sensazioni di benessere e tranquillità. Ma non solo: processi e meccanismi simili sono osservabili anche al parto o in allattamento.
Ricordiamoci infatti che, essendo l’ossitocina un ormone timido e legato a dinamiche relazionali, non può essere prodotta se l’ambiente circostante o lo stato emotivo/interiore della persona portano nella direzione dello stress, dell’agitazione, della paura, della vergogna, del disagio.

E l’ossitocina sintetica?

Il farmaco è uguale all’ormone prodotto dal corpo?
La risposta è no!
Se al parto o nel post-partum viene somministrata ossitocina sintetica si possono avere effetti sul corpo (vedi ad esempio le contrazioni indotte in travaglio) ma non ci sarà effetto alcuno sulla sfera psico-emotiva. L’ossitocina endogena (ossia quella prodotta dal corpo) svolge infatti funzioni comportamentali e psicoemotive perché la molecola ha la capacità di agire sul cervello (attraversando una barriera di protezione chiamata ematoencefalica). Questa capacità non appartiene alla molecola del farmaco.

In conclusione?
Nulla da aggiungere.
W l’ossitocina, l’ormone delle magie del cuore! ❤️

Mamme e bimbi: vicini è giusto

È stato detto spesso, lo si legge in giro per il web, lo si sente talvolta partire dall’istinto, da quella zona dentro al petto capace di muoversi e parlare.. ma non è mai abbastanza!

E che problema c’è? Ripetiamolo!

Contrariamente a quanto la nostra cultura ci fa credere, per il bambino essere toccato e massaggiato, stare in braccio e essere dondolato, dormire vicino a mamma e papà e essere portato in fascia sono cose buone e giuste!

E soprattutto, non saranno mai vizi, o scelte per lui dannose.

E perché?

1. Perché il neonato NON possiede una struttura cognitiva sufficientemente fine e matura per fare “i capricci”, per piangere con la pretesa di ricevere attenzioni, per traviare il comportamento dei genitori in direzione della sua volontà, perché si possa parlare delle sue richieste (numerose e sicuramente stancanti) come di vizi.
Cerchiamo di capirlo: è troppo piccolo!
Nemmeno è consapevole che quello che gli passa di fianco è il suo braccio, nemmeno si rende conto (se non prima dei 9-12 mesi, epoca che coincide con la fine dell’esogestazione) di essere venuto al mondo.
Come può DECIDERE, SCEGLIERE, USARE L’INTENZIONE, piangere o lamentarsi VOLUTAMENTE, avere SCOPI E OBIETTIVI alla base del suo agire?
No, mi dispiace, non c’è volontà, intenzione, programmazione, ragionamento, perseguimento di uno scopo in lui.
(Queste finissime e nobili capacità sopra elencate fanno parte di una maturità che inizia a svilupparsi verso i 12/18 mesi per completarsi attorno ai 3 anni di vita.)

2. Perché per un neonato la vicinanza al genitore è rassicurazione, conforto, calore, è riprovare lo stato dell’utero.
In questa nuova e sconosciuta vita di bisogni, fastidi e novità, la vicinanza è ri-sperimentare (almeno in parte) il comfort e il benessere dei 9 mesi nel pancione.
Ed è cosa buona e giusta, sapete?
Perché come molti studi evidenziano, le sensazioni positive, piacevoli e prive di stress date dal CONTATTO PROLUNGATO favoriscono il raggiungimento di un equilibrio omeostatico fondamentale alla salute.
Più precisamente promuovono un miglior aumento di peso, aiutano la maturazione del sistema immunitario, intervengono nello sviluppo delle competenze mentali, cognitive, emotive e relazionali, .

3. Perché la vicinanza e il contatto sono pace e quiete, ma sono anche STIMOLO.
È stimolo il movimento del corpo di chi tiene in braccio o in fascia che aiuta il bambino a sviluppare l’equilibrio e la lateralizzazione.
È stimolo il respiro della mamma a cui il bambino sincronizza il suo (fondamentale di notte e come prevenzione della SIDS).
È stimolo la sensazione tattile di calore e avvolgenza delle braccia della mamma o della fascia che si usa.
È stimolo uditivo il rumore del cuore che il piccolo sente appoggiandosi al petto dell’adulto, oppure la voce.
È stimolo il dover in qualche modo rimanere aggrappato al corpo dell’adulto, importante modalità di rafforzamento della muscolatura e valido aiuto per le future tappe motorie.
Sono stimolo le sensazioni che il bimbo vive nella quotidianità ma che, nella vicinanza con il genitore, sono accolte, mediate, elaborate con maggiore facilità.
Si sa, un piccolo per crescere ha bisogno di stimoli adeguati alle sue capacità e sicuramente stimoli migliori di quelli che consapevolmente e inconsapevolmente offrono i genitori, non ve ne saranno mai.

Quindi mamme, se vi va, se volete, se vi piace, se sentite il bisogno di tenere vicini i vostri morbidi e piccoli cuccioli, FATELO! Aiuta la relazione, stimola ormoni potenti e buoni, aiuta a gestire stress e stanchezza, è strumento di guarigione.

Immagine: https://www.instagram.com/p/BZ1rmsJHKMp/?hl=it&taken-by=doulawisdom (Doulawisdom)

Biological Nurturing

Il Biological Nurturing è una posizione di allattamento che secondo recenti studi favorisce l’attacco al seno del neonato e l’efficacia della poppata.

Il Biological Nurturing, che non ha in italiano una traduzione esatta e viene definito semplicemente BN, prevede che la madre:

  1. Possa accomodarsi in un luogo calmo e sereno
  2. Si appoggi bene allo schienale del divano o sia sostenuta da numerosi cuscini dietro la schiena se è nel letto
  3. Mantenga una posizione semi-reclinata, magari con i piedi sollevati o leggermente rialzati da terra
  4. Il bambino sia ben appoggiato sul suo petto con il pancino a contatto con il suo corpo

Il BN è spesso la modalità con cui la mamma, se non disturbata, allatta spontaneamente dopo il parto.
Molto simile come posizione a quella che viene consigliata per la pratica del Skin to Skin (pelle a pelle), tuttavia non prevede per forza che la mamma abbia il petto nudo e che anche il bimbo sia senza vestiti.

Diversamente dalla tradizionale posizione seduta in cui viene mantenuta la schiena ben dritta e si sorregge con l’avambraccio il corpo del bambino, con il BN mamma e bambino possono mantenere una postura più rilassata e più comoda, con tutti i benefici che un allattamento confortevole comporta.
Ma non solo, questa posizione ha la capacità di attivare una serie di riflessi e competenze neonatali che rendono più facile l’attacco al seno e il mantenimento di una suzione adeguata.

E’ pertanto consigliata in situazioni come ad esempio:

  • difficoltà nell’attacco al seno e/o nel mantenimento dell’attacco
  • difficoltà a svolgere poppate efficaci e/o suzione debole
  • ragadi o dolore durante la poppata dato da un attacco non corretto
  • forte riflesso di emissione di latte
Buon Biological Nurturing a tutti!

Sitografia e Bibliografia:
http://www.biologicalnurturing.com/pages/publications.html
http://www.tizianacatanzani.it/video-utili/157-allattare-nella-posizione-del-biological-nurturing.html
http://www.bambinonaturale.it/2010/01/allattare-istinto-o-apprendimento/

Immagine: https://it.pinterest.com/pin/118712140157335315/

Il puerperio difficile. Sensazioni, impressioni, emozioni di una nuova vita.

Le sensazioni del puerperio.
Elencate, descritte, messe a nudo.
Perché sono preziose. E meritano voce, dignità, spazio e tempo.

Eccoci qua piccolo mio.

Siamo appena rientrati.
Te la presento, questa è casa tua.
Casa nostra.
Sei con noi da quanto? Una settimana? 7 giorni? Forse meno di 200 ore.
E l’unica cosa a cui riesco a pensare è la rivoluzione che hai già portato.
Così piccolo, così tenero, così potente.
Solo pochissimi giorni fa in questa casa eravamo in due.
E non credo esistano parole adatte a spiegare quanto possa essere magnifico, ma allo stesso tempo strano, surreale, sconcertante il fatto che ci siamo rientrati in tre.

Chi sei tu? Da dove vieni tu piccolo? Cosa vuoi?

Ti ho desiderato con energie che pensavo di non avere, ti ho immaginato, ti ho toccato, ti ho baciato già milioni di volte nella mia mente.
Ti ho già allattato, ti ho già preso in braccio, mi sono presa cura di te con amore e pazienza.
Ti ho parlato, educato, insegnato, cresciuto, ho gioito con te e di te.
Nella mia mente.
Ma te lo confesso, pensavo fosse più facile farlo nella realtà.

Fa un po’ male .
Sento una grande fatica.
E’ come una zavorra. E come qualcosa che si appiccica e non si lava via.
E’ la paura. E’ il terrore di non essere abbastanza.
E’ l’estraneità.

Chi sei tu? Da dove vieni piccolo? Cosa vuoi?
Credevo che avrei avuto pensieri molto diversi da quelli che mi attraversano.

Questa era la mia casa, ci tenevo molto che fosse ordinata, pulita, accogliente.
In questo momento è un contenitore di oggetti e persone.
È una via di mezzo tra un vivaio, per i fiori e le piante che ci hanno regalato e un negozio di articoli per bambini, per carrozzina, seggiolini, seggiolotti e seggioloni che la invadono.
Non sono ancora riuscita a dare un ordine a questi nuovi oggetti, a fargli uno spazio.
Forse, perché l’ordine e lo spazio faticano a prendere forma dentro di me, per prima cosa.

E poi il mio corpo. La pancia molle, il seno dolente, il latte che bagna i vestiti, i capelli arruffati, il filo di trucco messo perché attendiamo i parenti ma che non copre nemmeno con le migliori intenzioni le occhiaie e la mia stanchezza.

Chi sei tu? Da dove vieni piccolo? Cosa vuoi?
Pensavo che avrei avuto pensieri molto diversi da quelli che mi attraversano, lo ribadisco.

Sono stanca, sono triste.
Oggi è stata una buona giornata, tutto sommato. Ce la stiamo, con estrema calma, facendo.
Ma sono triste. E vorrei piangere.

E poi…
Quelli che vogliono insegnarmi, dirmi cosa fare.
Quelli che provano a spiegarmi come si fa, cosa sarà, perché dovrei.
Non ce la faccio.
Sono una donna forte, ho sempre seguito me stessa, ho sempre tenuto al proprio posto le interferenze, ho sempre spiegato le mie ragioni. Ma questa volta non ho le energie.
Ho momenti in cui mi sento il burattino di questa situazione, anziché la protagonista.
Mi serve aiuto amorevole, vorrei braccia sicure attorno a noi.
Che mamma hai piccolo mio?
Che mamma sono?

Che mamma sarà quella che si chiede “chi me lo ha fatto fare?”?
Mi sento in colpa.
Tu sei così bello, cosi dolce, così perfetto.
Tuo papà è così felice.
Lo vedo l’amore che zampilla tra le sue parole quando racconta di te.
La vedo la meraviglia nei suoi occhi ogni volta che ti guarda. E quella delicata grazie che mette quando con le sue manone tocca le tue, o quando ti prende in braccio come se fossi di cristallo.
Che immagini stupende sto vedendo. Ma non sento il cuore esplodere come avrei immaginato.

E poi il tuo pianto. Me lo avevano spiegato che i neonato piangono, che parlano così, che serve tempo.
Ma il tuo pianto mi si conficca nel cervello.
È come un dardo che veloce e violentissimo mi colpisce.
E la forza con cui mi raggiunge a volte è così pesante che vorrei scappare, che vorrei urlare più forte, che vorrei piangere più forte.

Chi sei tu? Da dove vieni piccolo? Cosa vuoi?

Vorrei sentirmi dire che è normale, vorrei sapere che non sono strana, o diversa, o malata, o una cattiva madre.
Perché te lo giuro piccolo, mi sto impegnando.
Ma devo capire come fare, come essere.
Devo ricomporre i pezzi, ricreare ordine, ricreare gli spazi.

E poi, probabilmente ti amerò.
Ti amerò come mi aspetto.
Ti amerò con tutta me stessa, con cuore, anima, mente, corpo e altro ancora.
Forse mi serve solo un po’ di tempo.
Ma ora è un tempo difficile. Ti chiedo scusa.
Ti chiedo davvero scusa. Vorrei non fosse così.
Sii paziente.
Sono grande, sono adulta, sono donna, sono da tanto tempo in questo mondo.
Ma come mamma non ho più di pochi giorni.
Come mamma sono nata assieme a te.

Paracapezzolo, perché è meglio non usarlo?

A cosa serve? Come usarlo con criterio? Come evitarlo?

Sempre più diffuso, sempre più spesso collocato nelle liste nascita, sempre più di frequente inserito addirittura nella valigia dell’ospedale.
Il paracapezzolo è considerato, ogni giorno di più, un normalissimo strumento da neomamma.

Per merito (o colpa?) delle ditte produttrici che lo pubblicizzano come del tutto adatto alla bocca del neonato, ergonomico, morbido, flessibile, realizzato con ottimi materiali e così via, l’idea progressivamente più diffusa è che l’allattamento al seno possa, con l’utilizzo di questo dispositivo, essere più facile, confortevole e positivo.

Ad oggi tuttavia, non esistono evidenze scientifiche che sostengano l’effettiva utilità di questo dispositivo.
Anzi, organizzazioni che si occupano di sostegno all’allattamento e professionisti aggiornati ed esperti nell’ambito sconsigliano l’utilizzo del paracapezzolo poiché ritenuto un’interferenza in grado di compromettere il comfort e l’esclusività dell’allattamento stesso.

Ma vediamo perché con un’analisi delle situazioni più frequenti:

“Me l’hanno consigliato i primi giorni perché il mio bimbo faceva fatica ad attaccarsi al seno”

I motivi per cui un bambino e la sua mamma possono avere difficoltà durante i primi giorni sono numerosissimi.
La fatica o lo stress del parto, ansia, preoccupazione, stati di tensione vissuti dalla madre, interferenze negative, troppe visite, caos che regna attorno alla nuova famiglia, neonato che dorme molto o non si sveglia con regolarità per poppare ecc ecc..
Se ciò dovesse verificarsi prima di utilizzare il paracapezzolo alla mamma può essere utile:
1. poter riposare quando lo desidera e non essere disturbata da troppe persone/visite/interferenze
2. poter trascorrere il tempo in un contesto caldo e rilassato in cui prendere confidenza con calma e fiducia con il suo bambino e le sue necessità
3. poter fare tanto pelle a pelle con il piccolo
4. praticare il biological nurturing (a brevissimo un articolo sull’argomento!!)

“Ho iniziato ad usarlo perché avevo le ragadi”

Il paracapezzolo non risolve il problema delle ragadi, o meglio, potrebbe risolverlo momentaneamente ma non impedirne il ritorno in futuro. Le ragadi, infatti, sono sempre e solo associate ad un attacco al seno scorretto e l’unica soluzione definitiva e duratura è correggere l’attacco. Usare il paracapezzolo fa si che il bambino vada consolidando un attacco non corretto, e pertanto, una volta eliminato la ragade potrebbe tornare.

“Ho il capezzolo piatto” 

L’attacco corretto al seno è quello in cui il bambino spalancando la bocca prende al suo interno non solo il capezzolo ma anche una porzione di areola. Questo attacco, definito profondo, fa si che seppur la mamma abbia una conformazione del capezzolo diversa da quella attesa, il bambino possa tuttavia attaccarsi senza problemi.

 

Inoltre, il paracapezzolo non è consigliato (se non in rari e isolati casi valutati da esperti) perché:

  1.  interferisce con il consolidamento del corretto attacco al seno.
    Poiché il bambino generalmente si attacca al paracapezzolo con un’apertura della bocca molto minore rispetto quella che dovrebbe avere se si attaccasse al solo seno materno, la conseguenza è, con un uso prolungato, che il bambino consolidi un attacco “poco ampio” che può portare a difficoltà successive, come ad esempio un trasferimento di latte non adeguato, dolore, schiacchiamento del capezzolo, ragadi.
  2.  può ostacolare la corretta stimolazione della produzione di latte.
    Il capezzolo racchiude al suo interno dei nervi direttamente collegati all’ipofisi materna. Questa ghiandola produce e secerne prolattina e ossitocina, due ormoni a loro volta deputati alla produzione ed emissione di latte. L’”effetto barriera” dato dal paracapezzolo può interferire con l’importantissima stimolazione tattile che la bocca del bambino esercita sul capezzolo e di conseguenza con l’attivazione ormonale correlata alla produzione.
  3. può ostacolare un’efficace emissione di latte.
    Il paracapezzolo determina un impedimento di stimolazione anche nell’areola. Questa zona è ricca nel suo tessuto sottostante di ghiandole che producono e raccolgono latte. L’attacco del bimbo poco ampio generalmente associato all’uso del paracapezzolo e l’effetto barriera dato dal silicone possono causare un trasferimento di latte e un drenaggio del seno non adeguato. Questo è spesso causa di indurimenti del seno o dell’inibizione della produzione di latte.
  4. può confondere il bambino.
    Il neonato, molto sensibile a livello di lingua e palato, potrebbe, se si abitua alla consistenza del silicone, arrivare addirittura a rifiutare il seno sprovvisto di questo. Alcuni bambini con cui il paracapezzolo viene usato a lungo, nonostante accettino di attaccarsi al seno materno senza ausili, tuttavia non ciucciano e non succhiano perché non ne riconoscono la consistenza.
Quando si può usare il paracapezzolo?

L’uso andrebbe destinato alle sole situazioni in cui davvero si riscontra una reale necessità, come nei casi di bambini prematuri, o di bambini con anomalie anatomiche e/o difficoltà funzionali nella suzione.

Andrebbe inoltre:

  1. Utilizzato sotto prescrizione e guida di personale esperto
  2. Scelta una taglia adeguata alla misura e conformazione del seno materno
  3. Applicato in modo corretto (non va semplicemente appoggiato al seno ma andrebbe prima lasciato in acqua calda e successivamente fatto aderire al seno in modo tale da non doverlo sorreggere durante la poppata)
  4. Utilizzato per un periodo limitato, istruendo la mamma sul fatto che è un dispositivo momentaneo
  5. Eliminato non appena possibile avendo qualche piccola accortezza

 

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Sitografia e Bibliografia:

http://www.tizianacatanzani.it/blog/76-paracapezzolo-no-grazie.html

Allattare un gesto d’amore- Tiziana Catanzani

Il pianto del neonato

Le domande più frequenti
-Perché il neonato piange?

Per comunicare!
Avete mai pensato a quante parole diciamo noi in una giornata? Ecco, tante!
Il neonato nasce con un numero incredibile di competenze tra le quali quella di saperci riferire ogni suo bisogno e necessità attraverso quell’insieme di suoni che identifichiamo con il pianto.

A cosa gli serve piangere?

Il pianto è il mezzo che consente al piccolo di metterci al corrente del suo stato, di farci sapere ciò che non gradisce, ciò che vorrebbe o che desidera, ciò che gli serve o ciò che non vuole più.

In che momento della giornata piange maggiormente?

Seppur non sia facile rispondere a questa domanda poiché la soggettività di ogni individuo gioca un ruolo importante, bisogna riconoscere che moltissimi neonati tendono ad essere più nervosi o irrequieti di sera.
In particolare nella fascia oraria (indicativa!!) 18- 23 il neonato inizia a sentire tutta la stanchezza della giornata, rielabora gli stimoli ricevuti, avverte il passaggio dal giorno alla notte, percepisce la stanchezza e l’esaurimento di energie della mamma..
A causa di questi, e spesso altri motivi, può più facilmente innervosirsi e quindi piangere.

E chi piange di frequente sia di giorno, sia di notte?

Ogni piccolo ha il suo carattere, il suo temperamento, i suoi gusti, le sue necessità, le sue preferenze, i suoi ritmi.
Non vale una sola e singola regola per tutti i neonati e le variabili sono numerosissime.
La cosa da ricordare sempre è che se un bambino piange è perché sta comunicando.
Non esistono neonati viziati, o neonati che “tiranneggiano” i genitori, oppure neonati che hanno un brutto carattere e a cui va insegnato subito chi comanda.
No, niente di tutto ciò.
Il neonato che piange ci sta dicendo che ha bisogno!

Cosa può dirci il neonato con il pianto?

Più o meno.. qualsiasi cosa!!
Che ha fame, ha sete, ha caldo o freddo, che si sente solo o che s’è spaventato, che ha bisogno di contatto oppure che è un po’ annoiato.
Ci può dire se ha appena fatto la cacca, oppure se ha sentito qualche movimento nel suo pancino, oppure se sta per scappargli un ruttino.
E ancora può richiedere attenzioni, può aver bisogno interazioni, può desiderare il contenimento delle braccia del genitore o della vicinanza della sua mamma.
Può voler ciucciare un po’ al seno o di essere cullato per rassicurarsi e rilassarsi.
Ci dice, con il pianto, se è stanco, se ha sonno, se ha esaurito le energie, se vuole riposare.

Sono troppo stanca a volte, come faccio?

Dal punto di vista pratico un piccolo suggerimento per le mamme è quello di scegliere con cura qualcuno che possa aiutarle, sostenerle, dare un aiuto pratico amorevole e mai invadente.
Che sia un’amica, una parente, un’ostetrica o una doula.
Qualcuno di apprezzato e magari di piacevole che possa svolgere piccole faccende domestiche, che possa fare una spesa, oppure preparare un pasto dignitoso, o anche solo con cui poter parlare, con cui poter raccontare qualcosa.
Va ricordato che il cucciolo d’uomo, esattamente come i cuccioli di tutti i mammiferi, risente in modo importante dello stato d’animo della madre.
Se la madre è dunque nervosa, preoccupata, particolarmente provata o spossata, stanca, sfiduciata, spesso irrequieta sarà più facile che anche il suo piccolo possa in qualche modo essere più nervoso e tendente al pianto!

Come capisco cosa vuole il piccolo?

L’enorme sfida per mamma e papà è capire di cosa esattamente il neonato ha bisogno.
Non è di certo facile nei primi tempi, il pianto può essere emotivamente difficile da gestire, può spaventare, può muovere grande compassione o talvolta anche il senso di colpa, può innervosire o far sentire inadeguati, può mettere dubbi sulla salute del bimbo o può mettere dubbi sulle proprie capacità di accudimento.
Forza e coraggio!! Sono fasi e bisogna darsi il tempo di conoscersi e di comprendersi!
Con qualche settimana assieme, con una buona dose di pazienza e con un discreto quantitativo di fiducia, la grande maggioranza delle mamme e dei papà riesce a comprendere da pochi vagiti cosa il piccolo richiede .

Cos’altro può essermi utile sapere?

Fondamentale è sapere che il neonato si accinge nei primi mesi di vita a fare tutto per le primissime volte e questo può costargli fatica e stanchezza.
Inoltre, non conosce nulla del nostro mondo tranne la sua mamma e può essere dunque spaventato da un grandissimo numero di stimoli provenineti sia dal suo corpo, sia dall’ambiente esterno.
Il piccolo non sa cosa sia una carrozzina o una sdraietta, un passeggino o un seggiolino e spesso non apprezza tutti questi “contenitori”, preferendo la vicinanza con la mamma.
Il cucciolo di uomo non piange solo perché ha fame, non passa tutto il tempo a dormire dopo la poppata, non si arrabbia nelle ore serali perché ha le coliche (per fortuna sono, nonostante ciò che si dice, un’evenienza rara), non ha un caratteraccio e nemmeno è capriccioso.
Il neonato è una nuova persona, seppur piccola di stazza, arrivata nel nostro (strano) mondo e con il pianto inizia a farci sapere i suoi gusti, le sue necessità e le sue preferenze.

 

 

 

 

Immagine: https://it.pinterest.com/pin/393924298631678173/

Articoli sullo stesso argomento: https://www.uppa.it/nascere/neonato/il-pianto-del-neonato/

Quel che non vi dicono sul ciuccio

Il ciuccio serve davvero? Cosa dobbiamo sapere? Come decidere di utilizzarlo in modo informato, consapevole e sicuro?

Tra gli oggetti/strumenti/accessori obbligatori in lista nascita, come regalo di un parente, come suggerimento da un amica.
Ovunque ne sentirai parlare, da chiunque “rischi” ti sia regalato tanto prima, quanto dopo il parto.
Parliamo di lui, sì, del ciuccio.
Quell’oggetto che pare d’obbligo, dovuto, ovvio da proporre ad un bambino, soprattutto se molto piccolo.

Ad oggi, possiamo affermare con certezza che questo accessorio in apparenza innocuo e tenero non è sempre “normale” e “benefico” e che quindi prima di essere offerto ad un neonato andrebbe conosciuto al fine di poterlo eventulamente utilizzare con consapevolezza e un pizzico di cautela.
E perché mai?

  1. Il ciuccio per quanto ergonomico, adatto alla bocca del piccolo, su misura e di materiali ottimi è sempre da evitare nelle prime 4-6 settimane di vita del bambino se si desira allattare al seno.
    Il motivo? Può interferire e compromettere l’allattamento!
    Ma capiamo meglio…
    Il neonato seppur nasca con la capacità di attaccarsi al seno, di succhiare e di deglutire necessità tuttavia di consolidare e allenare queste innate competenze.
    Se al neonato si offrono oltre al seno anche surrogati materni come ciuccio, biberon, tettarelle, paracapezzoli sarà per lui molto più complicato consolidare la competenza di un buon attacco al seno e di una suzione adeguata.
    Quando il neonato si attacca al seno, infatti, è importante che apra bene la bocca e che faccia un determinato movimento con la mandibola e con la lingua. Movimenti che poppata dopo poppata si abitua a compiere e a rinforzare. I vari surrogati richiedono invece una modalità di suzione, una posizione di bocca, lingua e mandibola diversa, motivo per cui, se nelle prime 4-6 settimane di vita al cucciolo è richiesto di succhiare oltre che al seno anche a ciucci/tettarelle/paracapezzoli si rischia di confonderlo.
    Un neonato confuso tenderà quindi ad attaccarsi al seno nella stessa (errata) modalità e posizione che utilizzerebbe attaccandosi al biberon o ciucciando al ciuccio.
    Questo errore, seppur possa parere piccolo e banale può tuttavia portare ad un allattamento, ad un attacco al seno e ad una poppata non ottimali, può causare ragadi, può causare un trasferimento di latte dal seno materno al bimbo non sufficiente o non adeguato.
  2. Succhiare al ciuccio può portare nel tempo anomalie di posizionamento dei denti come malocclusioni, morso aperto o morso incrociato.
  3. Succhiare al ciuccio può portare ad un inadeguato posizionamento e consolidamento delle strutture presenti nell’orecchio interno, può essere associato a disfunzioni della Tromba di Eustachio (condotto che collega l’orecchio medio alla faringe e che ha importanti funzioni per l’apparato respiratorio e quello uditivo) e può essere correlato ad un aumentato rischio di otiti nell’infanzia.
  4. L’uso del ciuccio e di qualsiasi surrogato materno fin dalla nascita non aiuta il rafforzamento della struttura muscolare della bocca, della mandibola e della mascella del bimbo.
  5. Alcuni studi sostengono che le infezioni gastrointestinali e le colonizzazioni orali da candida aumentano durante l’uso del ciuccio.
Per un uso consapevole


Si può affermare con certezza che l’utilizzo del ciuccio è una decisione e un’esigenza del genitore e non è mai una necessità o diretta richiesta del bambino.
Per chi non possa farne a meno qui di seguito qualche suggerimento per un uso ottimale:

  1. Si consiglia alle madri di evitare il ciuccio finché l’allattamento non sarà ben avviato ossia circa fino le 4-6 settimane di vita del bambino.
  2. E’ normale che un bambino abituato esclusivamente al seno possa rifiutare il ciuccio. Non è necessario forzare il bimbo, conviene più seguire “i suoi gusti” e le sue inclinazioni.
  3. Se si decide di usare il ciuccio il consiglio è di limitare l’utilizzo alle ore notturne, o ancora meglio al solo momento dell’addormentamento.
  4. Si sconsiglia di usarlo per rimpiazzare o ritardare le poppate.
  5. Il ciuccio non deve essere rivestito o immerso soluzioni dolci o zuccherine prima di essere proposto al bambino.
  6. Il ciuccio va pulito di frequente e sostituito
  7. Sarebbe preferibile smettere di usare il ciuccio attorno all’anno di vita del bambino per evitare l’insorgenza di problemi del cavo orale o dell’assetto dell’orecchio.

 

 

 

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Bibliografia e sitografia:
1. http://www.lllitalia.org/44-articoli-genitori/preoccupazioni-comuni/158-il-ciuccio-previene-la-sids.html

2.www.infermieristicapediatrica.it/index.php?option=com_content&view=article&id=40:ciuccio-i-rischi-e-i-benefici-del-suo-utilizzo&catid=2:assistenza&Itemid=5

3. Bebé a costo zero – Giorgia Cozza