Sondino o non sondino?

Il sondino è uno strumento molto spesso consigliato da professionisti sanitari o da altre mamme per quei bimbi che pare abbiano difficoltà a fare la cacca o che siano parecchio infastiditi dall’aria nella pancia.

Ma cos’è esattamente?
Il sondino è un tubicino di piccolo calibro che, inserito nello sfintere anale, dovrebbe fungere da stimolo per il piccolo e aiutarlo a liberarsi.

Ma è davvero di aiuto?
A mio parere no.
O meglio: effettivamente, mediante l’uso di questo strumento, molti bambini riescono a svuotare l’intestino, tuttavia è un metodo definibile “invasivo” e non vi sono evidenze scientifiche ad oggi che ne descrivano vantaggi e i benefici.

Capiamo meglio:
Usare il sondino consiste, parlandone con totale franchezza, nell’inserire un corpo estraneo nell’orifizio anale del bambino. Saremo tutti d’accordo nel dire che l’orifizio anale non è affatto deputato a suddetta funzione.
Si procura di sicuro molto fastidio al bimbo e, anche con un uso saltuario, si potrebbero creare piccole lesioni.
Può inoltre accadere che se utilizzato con insistenza e per periodi lunghi, crei assuefazione, portando il bambino a fare molta fatica a liberarsi se prima non stimolato.

Strategie dolci
I modi per aiutare il proprio piccolo a fare la cacca o liberarsi dall’aria che infastidisce il pancino possono essere:

  • attaccarlo al seno
  • portarlo in fascia
  • massaggiargli l’addome
  • tenerlo in braccio in verticale
  • cullarlo e dondolarlo avendo premura di tenergli le gambe rannicchiate in direzione del suo torace
  • un bel bagnetto

Ricordiamo che per il piccolo è più facile fare la cacca o rilasciare aria se riesce a rilassarsi!

Spesso facendo un buon corso di massaggio neonatale i genitori possono sperimentare tecniche di massaggio della pancia e movimenti delle gambine utili al piccolo.
Allo stesso modo imparando ad usare la fascia si può trovare una strategia efficace per affrontare alcuni critici momenti legati ai bisogni fisiologici del bimbo.
O ancora tenendo il neonato in braccio con il pancino rivolto verso il basso o con le gambine rannicchiate alcuni trovano una soluzione vincente.
Pensiamoci: che fatica deve essere per un neonato, che sta imparando a destreggiarsi tra le nuove sensazioni corporee e i nuovi bisogni fisiologici, fare la cacca senza nulla su cui fare pressione con i piedi o da sdraiato supino con le gambe all’aria?

E se bisogna proprio stimolarlo?
Nel caso in cui sia necessario procedere ad una stimolazione esistono sicuramente metodi più sensibili del sondino.
Per esempio, si può provare bagnando un batuffolo di cotone con dell’olio e tamponando la zona perianale e le natiche del piccolo, sempre raggomitolandogli le gambine verso il suo torace, magari associando un massaggio in senso orario sull’addome.

La fisiologia del neonato
Il neonato nei primi mesi di vita dovrà imparare, tra le tantissime cose, anche a fare la cacca.
Questo meccanismo per lui non è di immediata comprensione: svuotare l’intestino prevede il rilassamento dello sfintere anale e la contemporanea attivazione del torchio addominale, insieme di azioni che possono risultare non poco complesse.
Può accadere che quando il piccolo sente lo stimolo o sente movimenti intestinali, a causa del fastidio (o talvolta anche per lo spavento procurato da queste nuove sensazioni), anziché rilassare lo sfintere,  possa contrarlo, ottenendo l’effetto contrario.

E’ molto importante inoltre che i neogenitori sappiano che il neonato può avere una fisiologia e una regolarità intestinale molto diversa rispetto quella dell’adulto.
In particolare, dopo il primo mese di vita, se il neonato è allattato esclusivamente al seno o alimentato con solo latte materno può:

  • o mantenere un buon ritmo nello sporcare i pannolini (può esservi almeno una cacca al giorno, ma anche 5 o 6 o addirittura una per ogni poppata)
  • oppure può arrivare a fare la cacca una volta ogni 5-7 giorni

In quest’ultimo caso non si tratta di stitichezza, perché, essendo il latte materno significativamente povero di scorie, alcuni bambini tendono ad accumulare parecchio prima di liberarsi.
La cosa importante è che i genitori osservino che il bambino stia bene, sia tranquillo, continui ad alimentarsi regolarmente e mantenga almeno i soliti 5-6 pannolini di pipì al giorno.

Diverso dovrebbe essere per i bimbi alimentati con allattamento misto (latte materno + latte formulato) o con il solo formulato in cui sarebbe bene osservare una regolarità quotidiana, o quasi.

 

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Biological Nurturing

Il Biological Nurturing è una posizione di allattamento che secondo recenti studi favorisce l’attacco al seno del neonato e l’efficacia della poppata.

Il Biological Nurturing, che non ha in italiano una traduzione esatta e viene definito semplicemente BN, prevede che la madre:

  1. Possa accomodarsi in un luogo calmo e sereno
  2. Si appoggi bene allo schienale del divano o sia sostenuta da numerosi cuscini dietro la schiena se è nel letto
  3. Mantenga una posizione semi-reclinata, magari con i piedi sollevati o leggermente rialzati da terra
  4. Il bambino sia ben appoggiato sul suo petto con il pancino a contatto con il suo corpo

Il BN è spesso la modalità con cui la mamma, se non disturbata, allatta spontaneamente dopo il parto.
Molto simile come posizione a quella che viene consigliata per la pratica del Skin to Skin (pelle a pelle), tuttavia non prevede per forza che la mamma abbia il petto nudo e che anche il bimbo sia senza vestiti.

Diversamente dalla tradizionale posizione seduta in cui viene mantenuta la schiena ben dritta e si sorregge con l’avambraccio il corpo del bambino, con il BN mamma e bambino possono mantenere una postura più rilassata e più comoda, con tutti i benefici che un allattamento confortevole comporta.
Ma non solo, questa posizione ha la capacità di attivare una serie di riflessi e competenze neonatali che rendono più facile l’attacco al seno e il mantenimento di una suzione adeguata.

E’ pertanto consigliata in situazioni come ad esempio:

  • difficoltà nell’attacco al seno e/o nel mantenimento dell’attacco
  • difficoltà a svolgere poppate efficaci e/o suzione debole
  • ragadi o dolore durante la poppata dato da un attacco non corretto
  • forte riflesso di emissione di latte
Buon Biological Nurturing a tutti!

Sitografia e Bibliografia:
http://www.biologicalnurturing.com/pages/publications.html
http://www.tizianacatanzani.it/video-utili/157-allattare-nella-posizione-del-biological-nurturing.html
http://www.bambinonaturale.it/2010/01/allattare-istinto-o-apprendimento/

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L’acne neonatale: di cosa si tratta, cause, cure e rimedi

Eruzioni cutanee, brufoletti, pelle arrossata e infiammata.
Scopriamo cosa accade a volte alla pelle del neonato

Più spesso di quel che si pensa succede che sulla pelle liscia e morbida del neonato compaiano brufoletti e piccoli puntini rossi.
Questo fenomeno che può presentarsi nelle settimane dopo il parto, e talvolta durare anche qualche mese, prende il nome di acne neonatale.

Ebbene sì, seppur l’acne sia associata nell’immaginario collettivo al periodo della pubertà, o alla sindrome premestruale, o ad eccedenze alimentari e altre situazioni, tuttavia è un’evenienza molto frequente anche nella vita neonatale.

E perché succede?

Il motivo di questo fenomeno è correlato al passaggio di ormoni dalla mamma attraverso il latte materno.
Tali ormoni hanno un effetto sulle ghiandole sebacee del piccolo, sul cui corpo si possono diffondere le famose pustolette arrossate.
Ma non preoccupatevi!
L’acne neonatale, se non da un punto di vista estetico, non ha conseguenze per la pelle del vostro piccolo e con un po’ di tempo scomparirà.
Non servono trattamenti particolari, non serve che la mamma corregga la sua dieta o eviti certi alimenti.

I consigli pratici su cosa fare e non fare sono:

  1. Se aumentano di numero e tendono ad espandersi in modo importante consultare il pediatra. Si dovrà infatti escludere una natura diversa dell’eruzione cutanea.
  2. Lavare con acqua e tamponare con delicatezza 1-2 volte al giorno, evitando saponi.
  3. Non applicare prodotti/creme/lozioni antiacne che potrebbero essere troppo aggressive per la pelle del neonato.
  4. Per non rischiare di infiammare ulteriormente la pelle evitare di spremere, sfregare, schiacciare o grattare i brufoletti

 

Rimedi efficaci e naturali possono essere:

  • Camomilla: preparare e fare raffreddare una tazza di camomilla e fare delle dolci e rinfrescanti spugnature al piccolo. La camomilla ha proprietà emollienti e rinfrescanti.
  • Latte materno: spremere qualche goccia di latte materno su un batuffolo di cotone e tamponare sulle zone arrossate. Il latte materno ha grandiose proprietà lenitive, antinfiammatorie e favorisce i processi di riparazione della cute.
Pazienza, cura e amore saranno la cura e la medicina più efficace!

 

 

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Quando si supera la data presunta del parto

Le preoccupazioni, i dubbi, i pensieri che affiorano quando si superano le fatidiche 40 settimane.
Parliamone un po’. Sfatiamo qualche mito!

 

Di recente ho ricevuto messaggi di questo tipo. Ve ne riporto fedelmente uno:
Ciao Martina, sono quasi a 40 settimane e ciccio pare stare benissimo qua dentro! Inizio a sentire ansia da scadenza del tempo! Cosa posso fare? Non ti nascondo che temo l’induzione delle 41+ qualche giorno. E non vorrei arrivarci! Consigli?

Partiamo dall’inizio, provo a spiegarmi:

1. Mia cara, non c’è alcuna scadenza.
Non sei uno yogurt, né uno stracchino (cit.).
Quella che hanno calcolato ad inizio gravidanza è solo la data PRESUNTA. E in quanto presunta, non preoccuparti, il tuo piccolo ha ancora tempo per decidere di affacciarsi al mondo.
La gravidanza è considerata a termine dalle 37 alle 42 settimane, per cui, vale per tutte, non allarmatevi!
I bimbi lo sanno!

2. Mi rendo conto possa essere difficile. La pancia che pesa, la schiena a volte dolente, i movimenti meno agili, la difficoltà a fare cose semplici come infilarsi le scarpe, il fiato corto dopo una rampa di scale. E poi la tanta voglia di vedere la creaturina. Ma fosse solo questo! Talvolta si arriva alla data presunta del parto e le persone attorno, seppur in chiara e ovvia buonafede, anziché capire e lasciare spazio, tempo, agio se ne escono con frasi tipo “MA NON HAI ANCORA PARTORITO?”, “MA CE L’HAI ANCORA LI’?” indicando la pancia increduli!
Ebbene mamma, sii paziente. Resisti. Istruisci il tuo compagno o qualche persona fidata affinché con garbo ma decisione possa rispondere al tuo posto. Oppure ignora. E’ sempre una mossa intelligente!

3. E’ direttamente collegato al punto 2, mi raccomando, cerca di mantenerti calma, serena, fiduciosa.
Da un punto di vista biologico gli ormoni e i neurotrasmettitori che intervengono affinché il travaglio parta e proceda sono prodotti solo se la mamma è tranquilla, rilassata, fiduciosa e vive uno stato di benessere generale. Di contro, le sostanze che il corpo produce in risposta a stimoli stressanti o a situazioni che portano ansia, preoccupazione, angoscia possono fungere da inibizione al naturale processo di avvio del travaglio.
Quindi, regalati pure attività, situazioni, momenti che ti generano piacere e rilassamento.
Una passeggiata, una torta, una cena romantica, un pomeriggio con un’amica, due ore di shopping, un massaggio rilassante, un bel libro, musica gradita, una mattinata dalla parrucchiera o dall’estetista (immediatamente dopo il parto magari sarà difficile andarci) e così via! Ognuna, in base ai suoi gusti vada cercando le strategie per vivere giornate piacevoli.

4. Se sei un po’ stanca e ti senti pronta puoi provare a domandare anche un aiutino al partner!
I rapporti sessuali infatti, possono essere utili come modalità naturale per avviare le prime modificazioni del collo uterino e quindi poi, magari, anche le contrazioni uterine.
Ovviamente funzionano solo ed esclusivamente se la mamma e il suo piccolo sono pronti, ossia se vi sono tutte le condizioni affinché il travaglio possa partire e procedere.

5. Diffida di chi ti dice di camminare e camminare, fare scale e fare scale.
No, non è corretto. Mantenere uno stile di vita attivo e dinamico sì, ma esagerare con attività che non piacciono o che stressano possono portare l’effetto contrario secondo i principi descritti al punto 3.
Quindi, preferire passeggiate all’aperto, magari in compagnia di qualcuno con cui trascorrere volentieri del tempo, per un numero di minuti che il corpo tollera bene, senza affaticarti in modo eccessivo.

6. Se ci fosse possibilità e tempo potrebbe tornare utile un trattamento osteopatico così da riequilibrare l’organismo ed aiutare a togliere eventuali blocchi, sia meccanici (legamenti poco flessibili, articolazioni poco morbide, compressioni o rigidità eventuali a livello del bacino o del torace ecc ecc..) ma anche energetici.
Simile effetto benefico si può riscontrare con sedute di agopuntura o di digitopressione, ovviamente sempre eseguiti da professionisti competenti e abituati a lavorare sul corpo della donna in gravidanza.

7.Sicuramente un aiuto grandioso ed efficacissimo è dato da te stessa!
Provare a considerare quel tempo in più prima del parto come una possibilità e non come una tortura può rendere tutto più facile.
Gli ultimi giorni possono essere impiegati per finire di prepararsi, pensare a come gestire il proprio travaglio, riordinare le idee riguardo ciò che può servire per una positiva esperienza di nascita, concedersi qualche coccola extra, fare cose che non si potranno fare per qualche tempo dopo il parto, crearsi uno schema delle strategie che possono essere d’aiuto nelle settimane a venire e così via.
Ricorda mamma, è il tuo bambino che decide quando nascere, è lui che sceglie quando è il momento adatto per attivare in te il travaglio.
Ed è sempre lui che in questi ultimi giorni ti sta lasciando il tempo e lo spazio per allenarti e per sperimentare quelle doti che nei giorni dopo la nascita torneranno utilissime.
Ossia…Calma, Attesa, Pazienza, Fiducia.
Concediglielo, conceditelo!

 

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Il puerperio difficile. Sensazioni, impressioni, emozioni di una nuova vita.

Le sensazioni del puerperio.
Elencate, descritte, messe a nudo.
Perché sono preziose. E meritano voce, dignità, spazio e tempo.

Eccoci qua piccolo mio.

Siamo appena rientrati.
Te la presento, questa è casa tua.
Casa nostra.
Sei con noi da quanto? Una settimana? 7 giorni? Forse meno di 200 ore.
E l’unica cosa a cui riesco a pensare è la rivoluzione che hai già portato.
Così piccolo, così tenero, così potente.
Solo pochissimi giorni fa in questa casa eravamo in due.
E non credo esistano parole adatte a spiegare quanto possa essere magnifico, ma allo stesso tempo strano, surreale, sconcertante il fatto che ci siamo rientrati in tre.

Chi sei tu? Da dove vieni tu piccolo? Cosa vuoi?

Ti ho desiderato con energie che pensavo di non avere, ti ho immaginato, ti ho toccato, ti ho baciato già milioni di volte nella mia mente.
Ti ho già allattato, ti ho già preso in braccio, mi sono presa cura di te con amore e pazienza.
Ti ho parlato, educato, insegnato, cresciuto, ho gioito con te e di te.
Nella mia mente.
Ma te lo confesso, pensavo fosse più facile farlo nella realtà.

Fa un po’ male .
Sento una grande fatica.
E’ come una zavorra. E come qualcosa che si appiccica e non si lava via.
E’ la paura. E’ il terrore di non essere abbastanza.
E’ l’estraneità.

Chi sei tu? Da dove vieni piccolo? Cosa vuoi?
Credevo che avrei avuto pensieri molto diversi da quelli che mi attraversano.

Questa era la mia casa, ci tenevo molto che fosse ordinata, pulita, accogliente.
In questo momento è un contenitore di oggetti e persone.
È una via di mezzo tra un vivaio, per i fiori e le piante che ci hanno regalato e un negozio di articoli per bambini, per carrozzina, seggiolini, seggiolotti e seggioloni che la invadono.
Non sono ancora riuscita a dare un ordine a questi nuovi oggetti, a fargli uno spazio.
Forse, perché l’ordine e lo spazio faticano a prendere forma dentro di me, per prima cosa.

E poi il mio corpo. La pancia molle, il seno dolente, il latte che bagna i vestiti, i capelli arruffati, il filo di trucco messo perché attendiamo i parenti ma che non copre nemmeno con le migliori intenzioni le occhiaie e la mia stanchezza.

Chi sei tu? Da dove vieni piccolo? Cosa vuoi?
Pensavo che avrei avuto pensieri molto diversi da quelli che mi attraversano, lo ribadisco.

Sono stanca, sono triste.
Oggi è stata una buona giornata, tutto sommato. Ce la stiamo, con estrema calma, facendo.
Ma sono triste. E vorrei piangere.

E poi…
Quelli che vogliono insegnarmi, dirmi cosa fare.
Quelli che provano a spiegarmi come si fa, cosa sarà, perché dovrei.
Non ce la faccio.
Sono una donna forte, ho sempre seguito me stessa, ho sempre tenuto al proprio posto le interferenze, ho sempre spiegato le mie ragioni. Ma questa volta non ho le energie.
Ho momenti in cui mi sento il burattino di questa situazione, anziché la protagonista.
Mi serve aiuto amorevole, vorrei braccia sicure attorno a noi.
Che mamma hai piccolo mio?
Che mamma sono?

Che mamma sarà quella che si chiede “chi me lo ha fatto fare?”?
Mi sento in colpa.
Tu sei così bello, cosi dolce, così perfetto.
Tuo papà è così felice.
Lo vedo l’amore che zampilla tra le sue parole quando racconta di te.
La vedo la meraviglia nei suoi occhi ogni volta che ti guarda. E quella delicata grazie che mette quando con le sue manone tocca le tue, o quando ti prende in braccio come se fossi di cristallo.
Che immagini stupende sto vedendo. Ma non sento il cuore esplodere come avrei immaginato.

E poi il tuo pianto. Me lo avevano spiegato che i neonato piangono, che parlano così, che serve tempo.
Ma il tuo pianto mi si conficca nel cervello.
È come un dardo che veloce e violentissimo mi colpisce.
E la forza con cui mi raggiunge a volte è così pesante che vorrei scappare, che vorrei urlare più forte, che vorrei piangere più forte.

Chi sei tu? Da dove vieni piccolo? Cosa vuoi?

Vorrei sentirmi dire che è normale, vorrei sapere che non sono strana, o diversa, o malata, o una cattiva madre.
Perché te lo giuro piccolo, mi sto impegnando.
Ma devo capire come fare, come essere.
Devo ricomporre i pezzi, ricreare ordine, ricreare gli spazi.

E poi, probabilmente ti amerò.
Ti amerò come mi aspetto.
Ti amerò con tutta me stessa, con cuore, anima, mente, corpo e altro ancora.
Forse mi serve solo un po’ di tempo.
Ma ora è un tempo difficile. Ti chiedo scusa.
Ti chiedo davvero scusa. Vorrei non fosse così.
Sii paziente.
Sono grande, sono adulta, sono donna, sono da tanto tempo in questo mondo.
Ma come mamma non ho più di pochi giorni.
Come mamma sono nata assieme a te.

Paracapezzolo, perché è meglio non usarlo?

A cosa serve? Come usarlo con criterio? Come evitarlo?

Sempre più diffuso, sempre più spesso collocato nelle liste nascita, sempre più di frequente inserito addirittura nella valigia dell’ospedale.
Il paracapezzolo è considerato, ogni giorno di più, un normalissimo strumento da neomamma.

Per merito (o colpa?) delle ditte produttrici che lo pubblicizzano come del tutto adatto alla bocca del neonato, ergonomico, morbido, flessibile, realizzato con ottimi materiali e così via, l’idea progressivamente più diffusa è che l’allattamento al seno possa, con l’utilizzo di questo dispositivo, essere più facile, confortevole e positivo.

Ad oggi tuttavia, non esistono evidenze scientifiche che sostengano l’effettiva utilità di questo dispositivo.
Anzi, organizzazioni che si occupano di sostegno all’allattamento e professionisti aggiornati ed esperti nell’ambito sconsigliano l’utilizzo del paracapezzolo poiché ritenuto un’interferenza in grado di compromettere il comfort e l’esclusività dell’allattamento stesso.

Ma vediamo perché con un’analisi delle situazioni più frequenti:

“Me l’hanno consigliato i primi giorni perché il mio bimbo faceva fatica ad attaccarsi al seno”

I motivi per cui un bambino e la sua mamma possono avere difficoltà durante i primi giorni sono numerosissimi.
La fatica o lo stress del parto, ansia, preoccupazione, stati di tensione vissuti dalla madre, interferenze negative, troppe visite, caos che regna attorno alla nuova famiglia, neonato che dorme molto o non si sveglia con regolarità per poppare ecc ecc..
Se ciò dovesse verificarsi prima di utilizzare il paracapezzolo alla mamma può essere utile:
1. poter riposare quando lo desidera e non essere disturbata da troppe persone/visite/interferenze
2. poter trascorrere il tempo in un contesto caldo e rilassato in cui prendere confidenza con calma e fiducia con il suo bambino e le sue necessità
3. poter fare tanto pelle a pelle con il piccolo
4. praticare il biological nurturing (a brevissimo un articolo sull’argomento!!)

“Ho iniziato ad usarlo perché avevo le ragadi”

Il paracapezzolo non risolve il problema delle ragadi, o meglio, potrebbe risolverlo momentaneamente ma non impedirne il ritorno in futuro. Le ragadi, infatti, sono sempre e solo associate ad un attacco al seno scorretto e l’unica soluzione definitiva e duratura è correggere l’attacco. Usare il paracapezzolo fa si che il bambino vada consolidando un attacco non corretto, e pertanto, una volta eliminato la ragade potrebbe tornare.

“Ho il capezzolo piatto” 

L’attacco corretto al seno è quello in cui il bambino spalancando la bocca prende al suo interno non solo il capezzolo ma anche una porzione di areola. Questo attacco, definito profondo, fa si che seppur la mamma abbia una conformazione del capezzolo diversa da quella attesa, il bambino possa tuttavia attaccarsi senza problemi.

 

Inoltre, il paracapezzolo non è consigliato (se non in rari e isolati casi valutati da esperti) perché:

  1.  interferisce con il consolidamento del corretto attacco al seno.
    Poiché il bambino generalmente si attacca al paracapezzolo con un’apertura della bocca molto minore rispetto quella che dovrebbe avere se si attaccasse al solo seno materno, la conseguenza è, con un uso prolungato, che il bambino consolidi un attacco “poco ampio” che può portare a difficoltà successive, come ad esempio un trasferimento di latte non adeguato, dolore, schiacchiamento del capezzolo, ragadi.
  2.  può ostacolare la corretta stimolazione della produzione di latte.
    Il capezzolo racchiude al suo interno dei nervi direttamente collegati all’ipofisi materna. Questa ghiandola produce e secerne prolattina e ossitocina, due ormoni a loro volta deputati alla produzione ed emissione di latte. L’”effetto barriera” dato dal paracapezzolo può interferire con l’importantissima stimolazione tattile che la bocca del bambino esercita sul capezzolo e di conseguenza con l’attivazione ormonale correlata alla produzione.
  3. può ostacolare un’efficace emissione di latte.
    Il paracapezzolo determina un impedimento di stimolazione anche nell’areola. Questa zona è ricca nel suo tessuto sottostante di ghiandole che producono e raccolgono latte. L’attacco del bimbo poco ampio generalmente associato all’uso del paracapezzolo e l’effetto barriera dato dal silicone possono causare un trasferimento di latte e un drenaggio del seno non adeguato. Questo è spesso causa di indurimenti del seno o dell’inibizione della produzione di latte.
  4. può confondere il bambino.
    Il neonato, molto sensibile a livello di lingua e palato, potrebbe, se si abitua alla consistenza del silicone, arrivare addirittura a rifiutare il seno sprovvisto di questo. Alcuni bambini con cui il paracapezzolo viene usato a lungo, nonostante accettino di attaccarsi al seno materno senza ausili, tuttavia non ciucciano e non succhiano perché non ne riconoscono la consistenza.
Quando si può usare il paracapezzolo?

L’uso andrebbe destinato alle sole situazioni in cui davvero si riscontra una reale necessità, come nei casi di bambini prematuri, o di bambini con anomalie anatomiche e/o difficoltà funzionali nella suzione.

Andrebbe inoltre:

  1. Utilizzato sotto prescrizione e guida di personale esperto
  2. Scelta una taglia adeguata alla misura e conformazione del seno materno
  3. Applicato in modo corretto (non va semplicemente appoggiato al seno ma andrebbe prima lasciato in acqua calda e successivamente fatto aderire al seno in modo tale da non doverlo sorreggere durante la poppata)
  4. Utilizzato per un periodo limitato, istruendo la mamma sul fatto che è un dispositivo momentaneo
  5. Eliminato non appena possibile avendo qualche piccola accortezza

 

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Sitografia e Bibliografia:

http://www.tizianacatanzani.it/blog/76-paracapezzolo-no-grazie.html

Allattare un gesto d’amore- Tiziana Catanzani

Il viaggio del neonato: la nascita da un’altra prospettiva

La nascita.
Da un mondo accogliente, caldo, piacevole, senza fame e senza sete, senza bisogni o necessità.
Da uno spazio ovattato in cui i suoni sono presenti, ma attutiti. Dove le luci assieme alle ombre lo avvolgono morbide.
Da un luogo così arriva il neonato.

La dolce culla materna è il luogo in cui il piccolo vive per il periodo che solo lui decide.
Costantemente, è mosso dolcemente dal dondolio dei movimenti, ninnato dai suoni del corpo materno, massaggiato dall’utero che lo avvolge.
Finché un giorno, la sua permanenza nell’accogliente nido diventa forse un pochino più movimentata del solito.
La sua casa di pace inizia a muoversi attorno a lui, inizia a stringersi attorno al suo corpo.
Le onde dell’utero lo massaggiano, dapprima con un tocco lieve e via via con ritmo ed energia.
Il luogo che lo ha cullato, dondolato, riscaldato, protetto, nutrito e visto crescere inizia con calma e pazienza a salutarlo.

E non è mica facile. Il nostro piccolo comprende e accetta che sia il momento di andare, ma la strada per la nascita è impegnativa!
L’utero materno che si stringe attorno a lui lo sospinge con dolce fermezza verso il nuovo mondo.
Con fiducia e con impegno lo accompagna come a dirgli: “Va, ora puoi farcela!”.

Il cammino non è breve ed è un po’ tortuoso. Quante curve e giri e rotazioni deve fare per avanzare. Quanto impegno e dedizione!
“Quante cose interessanti ho visto in questo viaggio!”

Alla fine, dopo lo sforzo finale, eccolo!
In tutta la sua potente dolcezza. Nella sua tenera forma.

Il bimbo con la nascita si lascia alle spalle la vita che conosce, i rumori famigliari, le sensazioni note al suo corpo e alla sua mente.
L’ingresso nel nuovo mondo è per lui faticoso.
Non conosce quella cosa attraverso cui l’aria entra nel naso e gli percorre tutta l’area del petto fino ad arrivare nei polmoni.
Respirare? Lo chiamano così qui! Mai fatto prima d’ora!
Avverte poi un po’ di freddo. “Ma…cos’è questa nuova cosa? Aria? Dov’è l’acqua che avevo attorno? Forse si stava meglio là, ripensandoci!

Quante nuove sensazioni lo travolgono!
I confini attorno a lui scompaiono, quell’utero morbido che faceva da culla ha ceduto il posto allo spazio, aperto e infinito.
Apre le braccia, ma non tocca nulla, non sente nulla.
Dove sono finito?”, pensa spaventato.
Gli manca il margine, gli manca quel rassicurante limite attorno al corpo che lo faccia sentire contenuto.

E poi le luci, i suoni, i rumori. Gli stimoli sono forti. Sono diretti. Sono travolgenti.
Vorrei aprire gli occhi! Non so se ci riesco!

Ma presto un paio di voci note: “Vi conosco!
Ed una.. una in particolare è meravigliosa!
E’ lei, ne sono sicuro. E’ la mamma! Quante volte l’ho sentita mentre parlava, o cantava per me!

La madre allunga le braccia e il piccolo subito riconosce la mano, riconosce il tocco caldo e sicuro attorno al suo corpo.
La sensazione di benessere è immediata.

Il profumo di mamma lo invade.
Appoggiato al suo petto avverte quel suono ritmico e infinito, quel cuore pulsante e fiero che scandiva il tempo.
E’ quel battito che sentivo nell’altro mondo!

Il corpo della mamma profumato e caldo lo rilassa.
Finché un altro odore famigliare arriva alle narici del neonato.
Assomiglia molto al liquido che mi avvolgeva nella pancia! Sarà mai possibile? Da dove viene?
Curioso apre gli occhi e con pazienza si dirige verso l’origine, verso il seno materno.
Quel luogo di morbidezza e calore gli pare di conoscerlo da sempre.
Affondandovi il viso ritrova la pace dell’utero: il liquido caldo che la soffice sorgente offre è conforto e ristoro per il piccolo.
Quindi questo significa bere e mangiare? Pensavo fosse più facile!

E da quella prospettiva si perde per la prima volta negli occhi della mamma.
Ma allora sei proprio tu? Che bello vederti! Che bello affondare i miei occhi nei tuoi occhi! La nascita non è poi così male!

Lentmente la calma lo invade, la stanchezza del viaggio si fa sentire, sempre più pesante, sempre più presente.
Su quel suo corpo nuovo ma conosciuto, tra quelle braccia accoglienti ma robuste il piccolo, appena arrivato, si abbandona.
Forse ora capisco: sei tu il mio mondo, mamma!

 

In che modo si può partorire?

Le posizioni del parto

Nell’immaginario collettivo la posizione in cui la donna partorisce è quella ginecologica, detta anche litotomica. Anni e anni di racconti, immagini, libri illustrati, film portano senza dubbio a pensare che la posizione del parto sia quella sdraiata, con le gambe all’aria, le mani ben aggrappate a delle maniglie, il mento sullo sterno e possibilmente il respiro trattenuto.

Niente di più sbagliato!!

La posizione in cui la donna può partorire è sempre e solo quella che preferisce, quella in cui sta più comoda, in cui percepisce meglio il proprio corpo e le sensazioni correlate.

Numerosissimi studi dimostrano che se la donna è lasciata libera di muoversi, di cambiare posizione, di sperimentare e di trovare la modalità a lei adatta, il travaglio è più veloce, più facilmente gestibile e con esiti migliori per lei stessa e per il suo bambino.
Le contrazioni, infatti, con il movimento e i cambi di posizione, possono essere più intense ed efficaci con frequente e considerevole riduzione dei tempi del travaglio, ma al contempo la sensazione associata può essere meno dolorosa.

Inoltre, la donna che si è potuta muovere con libertà e che ha potuto decidere cosa fare, percepisce di aver avuto un ruolo attivo e protagonista, con ottimi esiti anche nella rielaborazione dell’evento nascita.

Dondolii, oscillazioni, movimenti rotatori, piccoli piegamenti, spostamenti dolci e ritmici del corpo, delle gambe, del bacino, del busto sono sempre utili e spesso graditissimi nella gestione delle sensazioni del travaglio.

Allo stesso modo durante il parto, ossia nel cosiddetto periodo espulsivo, la donna deve essere lasciata libera di decidere in che posizione assecondare le spinte e partorire, sotto la guida del suo corpo e delle sue sensazioni.
Non esiste una posizione corretta, non esiste una posizione più efficace: ogni donna, se libera di fare, trova la sua.
Importante è, tuttavia, se la mamma lo richiede, aiutarla e condurla nella scoperta delle varie opzioni possibili.
In piedi, accovacciata, sdraiata su un fianco, a carponi, aggrappata ad un supporto, appoggiata con le mani al muro, abbracciata al compagno, seduta su una palla, in ginocchio, semiseduta… Le possibilità e le varianti di ognuna sono così numerose che ogni donna può inventare e sperimentare!

Ad oggi si sa che l’unica posizione concettualmente errata per travagliare e partorire è quella ginecologica.
I motivi? Sono numerosi!
Per prima, cosa rimanendo a lungo supine il ritorno venoso non è favorito: l’utero con il suo peso può comprimere la vena cava, struttura che porta il sangue dalla periferia del corpo verso il cuore e che passa proprio posteriormente rispetto l’utero. In questo modo, se il flusso non è agevolato nel suo passaggio, l’irrorazione sia della madre, sia del bambino possono risentirne.
Inoltre, la staticità dello stare a letto non aiuta quei movimenti di gambe, busto e bacino importanti per il travaglio.
Va anche considerato che durante il parto avere le gambe all’aria e quindi la mancanza di appoggio sotto ai piedi non favoriscono la capacità di spingere della donna.
La posizione litotomica, come è evidente, non sfrutta la gravità, poiché il canale del parto, a quel modo, non è direzionato verso il basso ma verso l’alto.
Va ricordato che il neonato durante il suo passaggio verso il mondo deve compiere movimenti e rotazioni che gli consentono di adattarsi alla struttura del bacino e avanzare senza ostacoli. Un aiuto che gli si può offrire è quello di sfruttare il potere della gravità, cosa che stando sdraiate con le gambe alzate ovviamente non si verifica.

Importantissima da considerare, è anche la capacità mobile del bacino: seppur se lo si immagini spesso un blocco unico, il bacino è invece una struttura complessa formata da diverse ossa (pube, ileo, ischio) che prende rapporti con altre strutture complesse (osso sacro, coccige, femori) e numerosissime articolazioni.
Durante la gravidanza per effetto degli ormoni, le articolazioni del bacino si fanno ancora più morbide ed elastiche, consentendogli di acquisire ancor più mobilità rispetto la condizione pregravidica.
Al parto, la grandissima abilità di questa meravigliosa struttura è quindi quella di muoversi, spostarsi, aumentare e diminuire i suoi diametri in base alle necessità della madre e del bambino.
Se si costringe la donna a letto o alla staticità, i movimenti e spostamenti delle parti del bacino non si possono verificare efficacemente, che si può tradurre, per dirne alcuni, con un passaggio meno agevole per il feto nel canale osseo, una maggior difficoltà della madre nell’accompagnare la discesa del suo piccolo, un aumento delle tempistiche del travaglio e del parto.

La mamma deve avere la possibilità di sperimentare, decidere, provare, cambiare, ritentare, trovare la sua modalità. E in alcun modo andrebbe ostacolata. 

Il parto è un momento fondamentale e determinante per le vite della donna e del bambino. La nascita è per il piccolo una base per la sua futura affettività, la sua futura capacità sociale e ha altre molteplici implicazioni.
La maternità, seppur per numerose donne inizi molto prima della gravidanza, getta importanti basi e grosse radici al momento del parto.
Lasciare alla donna la libertà di scegliere, la possibilità di ascoltarsi, consentirle di essere, assieme al suo bambino e a chi la accompagna, la protagonista dell’evento nascita, ha benefici a breve e a lungo termine su di lei, sul piccolo e sulla famiglia.

La donna sa partorire.
Il suo corpo può parlarle, può guidarla, può dirle cosa è meglio.
E’ mamma. Puo’ farlo.

 

 

Vademecum per genitori assonnati

Tratto dal libro “E se poi prende il vizio?” di Alessandra Bortolotti
  • E’ normale e fisiologico che i bambini abbiano risvegli notturni, di solito fino ai tre anni di età.
  • I neonati e i bambini hanno innate tutte le competenze necessarie per acquisire spontaneamente ritmi fisiologici di sonno/veglia. Basta non interferire e conoscere la fisiologia per accompagnarli serenamente verso questo atto di crescita.
  • Quando nasce un bambino i suoi ritmi di sonno sono sincronizzati con quelli della madre e continuano a esserlo nei mesi seguenti, se questi dormono vicini. Perciò la madre avrà un sonno migliore e più ristoratore se dorme vicino al suo bambino.
  • In molte culture è normale che i bambini dormano coi genitori senza conseguenze patologiche di nessun genere sia a breve, sia a lungo termine.
  • L’allattamento al seno a richiesta è tale se effettuato anche di notte, anzi, di notte il latte della mamma è ancora più facile da succhiare perché aumentano le concentrazioni materne di prolattina e ossitocina, gli ormoni dell’allattamento.
  • Fino al terzo mese di vita il bambino non attraversa stadi di sonno profondo, né secerne in maniera stabile la melatonina (un ormone che induce il riconoscimento e l’instaurarsi dei ritmi/buio), per cui non ha senso l’idea secondo cui il neonato possa “scambiare il giorno per la notte”.
  • Esistono molti libri in commercio che suggeriscono metodi per far addormentare i bambini: sono privi di qualsiasi riscontro scientifico e molte associazioni di pediatri si sono espressi sulla loro “pericolosità”. Nessun bambino è uguale a un altro e un modo di dormire uguale per tutti non esiste.
  • I genitori sono liberi di scegliere modalità e luoghi in cui tutta la famiglia dorme meglio.
  • Il sonno è un’esigenza fisiologica come mangiare, bere, muoversi: tutti i bambini a loro modo, prima o poi, mangiano e bevono da soli, camminano, dormono senza bisogno del sostegno dei genitori. Si tratta di una conquista di autonomia graduale e rispettosa dei tempi di ogni bambino e della fisiologia.
  • I bambini che hanno effettivi disturbi del sonno non sono quelli che si svegliano durante la notte, ma quelli che non riescono a riaddormentarsi anche per ore dopo il risveglio notturno.
  • Rispondere prontamente ai bisogni del bambino e ai suoi segnali, sia di notte sia di giorno, non lo vizia ma costituisce la base per la sua autostima e per la fiducia negli altri anche in età adulta.