Aromaterapia: un possibile sostegno alla Nascita

Questo è un articolo un po’ diverso dal solito.
Qui nel mio blog, infatti, ho sempre scritto in termini professionali e molto poco personali. Questa volta tuttavia farò un’eccezione (forse la prima di una lunga serie? Chissà!) per portare un’esperienza che è innanzitutto mia.

Di cosa si tratta? In breve, di come sto cercando di usare l’aromaterapia a sostegno della nostra imminente nascita!

Avvicinandomi al parto, preparando il nido in cui accoglierò il mio bimbo e cercando possibili strategie per il mio travaglio sono infatti approdata (nuovamente!) nel grande mondo degli oli essenziali.

L’aromaterapia esercita su di me un potentissimo fascino da diversi anni. Nel tempo ho studiato e sperimentato parecchio tanto nella mia pratica personale, quanto in quella lavorativa e non poche volte ho avuto modo di osservare i grandiosi benefici degli oli essenziali.

In queste ultime settimane, in particolare, trovandomi con molto più tempo a disposizione e bisognosa di preparare tutto ciò che può essermi utile ho predisposto con amore e dedizione un piccolo kit di aromaterapia con oli essenziali e miscele da me scelte.

Qui di seguito troverete quindi una (umile) lista di ciò che ho selezionato per la nostra nascita con le relative e specifiche funzioni.


Ci tengo però, prima di addentrarmi ulteriormente nel tema, a precisare che:

  • quello che riporto viene dalla mia esperienza personale e professionale e dal confronto con una delle mie naturopate di fiducia.
  • l’uso che ad oggi faccio degli oli essenziali e dell’aromaterapia è personalissimo e sotto la mia totale e diretta responsabilità.
    Ho avuto modo di utilizzare alcuni oli anche con donne in gravidanza e al parto, sotto loro indicazioni e sempre con il loro consenso. Le ringrazio di cuore, perché l’esperienza che mi hanno consentito di fare in questo momento torna utilissima a me.
  • chiunque voglia avvicinarsi al mondo dell’aromaterapia può farlo, perché è davvero bellissimo! Ma possibilmente rivolgendosi ad esperti e soprattutto facendo un’attentissima e ponderata scelta dei prodotti da usare. Non tutto ciò che è sul mercato è di buona qualità e tanto gravidanza quanto poi con i bambini meglio avere un occhio di riguardo.

Concluse le noiose ma necessarie raccomandazioni vi racconto dunque cos’ho preparato sperimentando, osservando, confrontandomi, studiando, annusando.
E divertendomi! Soprattutto quando era il momento di scegliere il nome della miscela.


Miscela Contrazioni +:

  • Composizione: oli essenziali di cannella, chiodi di garofano, zenzero, arancio
  • Modalità di utilizzo: poche gocce diluite in olio vettore (cocco, mandorla o jojoba) per un massaggio all’addome o alla schiena.
    Nel diffusore per sfruttare la via inalatoria.
  • Funzioni e benefici:
    – Favorire l’insorgenza del travaglio in presenza di segni di termine di gravidanza
    – Sostenere la dinamica contrattile uterina
    – Rafforzare le contrazioni del travaglio se deboli, sporadiche o nelle fasi prodromiche molto lunghe

Miscela Stai Calma

  • Composizione: oli essenziali di lavanda, mandarino, geranio (volendo si può aggiungere ylang-ylang, se non dà fastidio il suo odore molto dolce)
  • Modalità di utilizzo: poche gocce diluite in olio vettore (cocco, mandorla o jojoba) per un massaggio alla schiena, alla zona sacrale, alle gambe e ai piedi. Nel diffusore per sfruttare la via inalatoria.
    Qualche goccia diluita nell’acqua della vasca del parto
  • Funzioni e benefici:
    – Favorire il rilassamento
    – Favorire la distensione del corpo e della mente
    – Sostenere lo stress psico-fisico del travaglio
    – Migliorare la dinamica contrattile se troppo intensa o incalzante
    – Supportare l’umore in puerperio o nelle prime stancanti fasi della vita da neomamma
    -Diluito in olio per un massaggio rilassante al neonato

Miscela Femme Fatale:

  • Composizione: oli essenziali di salvia sclarea, lavanda, geranio, finocchio
  • Modalità di utilizzo: poche gocce diluite in olio vettore (cocco, mandorla o jojoba) per un massaggio a schiena, gambe, addome.
    Nel diffusore per via inalatoria.
    Qualche goccia sui polsi e sotto ai piedi
  • Funzioni e benefici:
    -Favorire l’espressione delle competenze corporee e psichiche femminili
    -Rilassare e distendere
    -Sostenere la funzionalità ormonale in travaglio
    -Sostenere la donna durante i cambiamenti ormonali del puerperio e delle prime fasi dell’allattamento

Miscela Programma Pancia Piatta:

  • Composizione: oli essenziali di menta, lavanda, limone, arancio, zenzero
  • Modalità di utilizzo: poche gocce diluite in olio vettore (cocco, mandorla o jojoba) per un massaggio all’addome, in particolare alla zona pelvica.
  • Funzioni e benefici:
    – Tonico uterino, utile per favorire la regolare involuzione dell’utero dopo il parto e la tonicità dei tessuti addominale
    – Tonico dell’umore, in caso di stanchezza e spossatezza mentale.


Come ho già detto a qualcuno: non so come andrà, ma sarà profumato!

Buona Nascita a noi!

Le coliche del neonato: mito o realtà?

Le coliche neonatali sono un problema che pare affliggere gran parte delle famiglie nei primi mesi di vita del neonato.
Pianti e agitazione serale, aria e gambette che si tendono e tutti sono pronti a giurare che sia mal di pancia.
Ma ne siamo proprio sicuri?

Proviamo a fare chiarezza.

Punto 1.
Un neonato sano allattato al seno (o anche con il formulato) ha una discreta quota di aria all’interno dell’intestino. Questa aria, prodotta fisiologicamente in seguito alla fermentazione degli zuccheri contenuti nel latte non procura però, contrariamente a quanto si pensa, dolore.
Il dolore potrebbe esserci solo ed esclusivamente se l’intestino fosse irritato, cosa assai rara, fortunatamente, nella grandissima maggioranza dei casi.
Dunque, per riassumere: aria nella pancia non corrisponde a dolore alla pancia.


Punto 2.
I neonati piangono.
Lo fanno per comunicare e per attivare nella madre una risposta che garantisca loro cure, amore e di conseguenza la sopravvivenza.
Quando un neonato piange lo fa con tutto il corpo, con gambe, braccia, mani, volto. I movimenti sono agitati e nervosi e può capitare che in tale attivazione corporea il piccolo spinga e che emetta di conseguenza aria.
Tutto ciò non ha però nulla a che vedere con dolori di pancia o con la colica intestinale come noi adulti la intendiamo.
Riassumendo: fare aria mentre si piange non è segno di colica in atto.


Punto 3.
E’ vero che molti bimbi si agitano e piangono finché svuotano l’intestino per poi calmarsi e addormentarsi sereni. Questo concatenarsi di eventi (agitazione-→ cacca/aria → serenità riconquistata) non è tuttavia dato dal dolore intestinale, ma molto più probabilmente è correlata a fastidio e agitazione.
Al fine di comprendere meglio va ricordato che per un neonato anche una cosa apparentemente banale come il fare la cacca può non essere facile. Svuotare l’intestino prevede infatti una sequenza di attivazioni muscolari e rilassamento di sfinteri che, soprattutto in uno stato di agitazione, può risultare molto complesso da compiere.
Il benessere che talvolta segue non è dunque dato dal dolore alla pancia che vi era prima, ma quanto più dall’aver interrotto quel circolo vizioso creatosi tra il bisogno del piccolo di liberarsi e l’agitazione che lo impediva.
E’ da immaginare circa così: il bimbo deve fare la cacca → è però agitato → nell’agitazione non riesce a rilassare lo sfintere in modo efficace→ diventa sempre più irrequieto → ecc..
Quando il bimbo riesce a rilassarsi anche solo per qualche minuto ecco che avviene la magia!
(Si sconsiglia caldamente l’uso del sondino, non serve a nulla, ve lo spiego qua: https://www.ostetricamartinasarti.it/sondino-non-sondino/ )

Punto 4.
Come tutte le persone al mondo anche i neonati di sera sono più stanchi, più irrequieti, rielaborano gli stimoli della giornata. Ciò può dunque generare in loro agitazione che si esprime con – indovinate! – il pianto.
Cosa può quindi accadere? Può accadere ciò che è stato descritto al punto 2.
Agitazione e irrequietezza serale in risposta alla giornata trascorsa → pianto → attivazione corporea → il bimbo fa aria.
Ancora una volta non si tratta di mal di pancia, quanto più dell’attivazione corporea che dà come conseguenza il fare aria.

Punto 5.
Anche la madre sul far della sera è stanca e ha meno energie, è irrequieta o nervosa, è affaticata e provata dalla giornata passata interamente a prendersi cura del suo piccolo.
Può succedere quindi che il neonato, percependo l’affaticamento materno, possa di riflesso piangere in modo ancora più agitato, portando l’intera famiglia a sospettare per la sua salute o per chissà quale strano problema.
E invece no, talvolta l’intestino non centra: il neonato percepisce lo stato di disagio che vive la madre e, non avendo altri mezzi per elaborare queste sensazioni, piange e si innervosisce.
Non è nulla di strano, neonato e mamma sono profondamente connessi uno all’altra e più in particolare, questa è una tipica reazione data dal Dialogo Tonico.
(Ne parleremo più avanti o se volete, è abbastanza facile trovare informazioni.)

E quindi, ok, non è la pancia, ma più precisamente cos’è?
E’ talvolta il bisogno di contenimento, calore umano, sostegno, vicinanza.
E’ che nella stanchezza un neonato ha ancora più bisogno.
E’ che è difficile rielaborare gli stimoli della giornata e talvolta ci si agita.
E’ che la mamma ad una certa ha bisogno di una doccia e il bimbo ha bisogno di cambiare braccia.
E’ che i primi mesi sono di ambientamento e consolidamento della relazione e tutto avviene con calma, passando per tante gioie, ma a volte anche per qualche difficoltà.

State vicini!

A breve un articolo sulle strategie utili per la gestione delle colic… ehm.. delle serate difficili!

Sitografia:
https://www.uppa.it/nascere/neonato/coliche-neonato/
https://ilpartopositivo.com/2018/03/20/la-soluzione-definitiva-al-problema-delle-coliche/

Immagine: https://www.instagram.com/p/Bq5H_t1F5aG/

Mamme e bimbi: vicini è giusto

È stato detto spesso, lo si legge in giro per il web, lo si sente talvolta partire dall’istinto, da quella zona dentro al petto capace di muoversi e parlare.. ma non è mai abbastanza!

E che problema c’è? Ripetiamolo!

Contrariamente a quanto la nostra cultura ci fa credere, per il bambino essere toccato e massaggiato, stare in braccio e essere dondolato, dormire vicino a mamma e papà e essere portato in fascia sono cose buone e giuste!

E soprattutto, non saranno mai vizi, o scelte per lui dannose.

E perché?

1. Perché il neonato NON possiede una struttura cognitiva sufficientemente fine e matura per fare “i capricci”, per piangere con la pretesa di ricevere attenzioni, per traviare il comportamento dei genitori in direzione della sua volontà, perché si possa parlare delle sue richieste (numerose e sicuramente stancanti) come di vizi.
Cerchiamo di capirlo: è troppo piccolo!
Nemmeno è consapevole che quello che gli passa di fianco è il suo braccio, nemmeno si rende conto (se non prima dei 9-12 mesi, epoca che coincide con la fine dell’esogestazione) di essere venuto al mondo.
Come può DECIDERE, SCEGLIERE, USARE L’INTENZIONE, piangere o lamentarsi VOLUTAMENTE, avere SCOPI E OBIETTIVI alla base del suo agire?
No, mi dispiace, non c’è volontà, intenzione, programmazione, ragionamento, perseguimento di uno scopo in lui.
(Queste finissime e nobili capacità sopra elencate fanno parte di una maturità che inizia a svilupparsi verso i 12/18 mesi per completarsi attorno ai 3 anni di vita.)

2. Perché per un neonato la vicinanza al genitore è rassicurazione, conforto, calore, è riprovare lo stato dell’utero.
In questa nuova e sconosciuta vita di bisogni, fastidi e novità, la vicinanza è ri-sperimentare (almeno in parte) il comfort e il benessere dei 9 mesi nel pancione.
Ed è cosa buona e giusta, sapete?
Perché come molti studi evidenziano, le sensazioni positive, piacevoli e prive di stress date dal CONTATTO PROLUNGATO favoriscono il raggiungimento di un equilibrio omeostatico fondamentale alla salute.
Più precisamente promuovono un miglior aumento di peso, aiutano la maturazione del sistema immunitario, intervengono nello sviluppo delle competenze mentali, cognitive, emotive e relazionali, .

3. Perché la vicinanza e il contatto sono pace e quiete, ma sono anche STIMOLO.
È stimolo il movimento del corpo di chi tiene in braccio o in fascia che aiuta il bambino a sviluppare l’equilibrio e la lateralizzazione.
È stimolo il respiro della mamma a cui il bambino sincronizza il suo (fondamentale di notte e come prevenzione della SIDS).
È stimolo la sensazione tattile di calore e avvolgenza delle braccia della mamma o della fascia che si usa.
È stimolo uditivo il rumore del cuore che il piccolo sente appoggiandosi al petto dell’adulto, oppure la voce.
È stimolo il dover in qualche modo rimanere aggrappato al corpo dell’adulto, importante modalità di rafforzamento della muscolatura e valido aiuto per le future tappe motorie.
Sono stimolo le sensazioni che il bimbo vive nella quotidianità ma che, nella vicinanza con il genitore, sono accolte, mediate, elaborate con maggiore facilità.
Si sa, un piccolo per crescere ha bisogno di stimoli adeguati alle sue capacità e sicuramente stimoli migliori di quelli che consapevolmente e inconsapevolmente offrono i genitori, non ve ne saranno mai.

Quindi mamme, se vi va, se volete, se vi piace, se sentite il bisogno di tenere vicini i vostri morbidi e piccoli cuccioli, FATELO! Aiuta la relazione, stimola ormoni potenti e buoni, aiuta a gestire stress e stanchezza, è strumento di guarigione.

Immagine: https://www.instagram.com/p/BZ1rmsJHKMp/?hl=it&taken-by=doulawisdom (Doulawisdom)

Sondino o non sondino?

Il sondino è uno strumento molto spesso consigliato da professionisti sanitari o da altre mamme per quei bimbi che pare abbiano difficoltà a fare la cacca o che siano parecchio infastiditi dall’aria nella pancia.

Ma cos’è esattamente?
Il sondino è un tubicino di piccolo calibro che, inserito nello sfintere anale, dovrebbe fungere da stimolo per il piccolo e aiutarlo a liberarsi.

Ma è davvero di aiuto?
A mio parere no.
O meglio: effettivamente, mediante l’uso di questo strumento, molti bambini riescono a svuotare l’intestino, tuttavia è un metodo definibile “invasivo” e non vi sono evidenze scientifiche ad oggi che ne descrivano vantaggi e i benefici.

Capiamo meglio:
Usare il sondino consiste, parlandone con totale franchezza, nell’inserire un corpo estraneo nell’orifizio anale del bambino. Saremo tutti d’accordo nel dire che l’orifizio anale non è affatto deputato a suddetta funzione.
Si procura di sicuro molto fastidio al bimbo e, anche con un uso saltuario, si potrebbero creare piccole lesioni.
Può inoltre accadere che se utilizzato con insistenza e per periodi lunghi, crei assuefazione, portando il bambino a fare molta fatica a liberarsi se prima non stimolato.

Strategie dolci
I modi per aiutare il proprio piccolo a fare la cacca o liberarsi dall’aria che infastidisce il pancino possono essere:

  • attaccarlo al seno
  • portarlo in fascia
  • massaggiargli l’addome
  • tenerlo in braccio in verticale
  • cullarlo e dondolarlo avendo premura di tenergli le gambe rannicchiate in direzione del suo torace
  • un bel bagnetto

Ricordiamo che per il piccolo è più facile fare la cacca o rilasciare aria se riesce a rilassarsi!

Spesso facendo un buon corso di massaggio neonatale i genitori possono sperimentare tecniche di massaggio della pancia e movimenti delle gambine utili al piccolo.
Allo stesso modo imparando ad usare la fascia si può trovare una strategia efficace per affrontare alcuni critici momenti legati ai bisogni fisiologici del bimbo.
O ancora tenendo il neonato in braccio con il pancino rivolto verso il basso o con le gambine rannicchiate alcuni trovano una soluzione vincente.
Pensiamoci: che fatica deve essere per un neonato, che sta imparando a destreggiarsi tra le nuove sensazioni corporee e i nuovi bisogni fisiologici, fare la cacca senza nulla su cui fare pressione con i piedi o da sdraiato supino con le gambe all’aria?

E se bisogna proprio stimolarlo?
Nel caso in cui sia necessario procedere ad una stimolazione esistono sicuramente metodi più sensibili del sondino.
Per esempio, si può provare bagnando un batuffolo di cotone con dell’olio e tamponando la zona perianale e le natiche del piccolo, sempre raggomitolandogli le gambine verso il suo torace, magari associando un massaggio in senso orario sull’addome.

La fisiologia del neonato
Il neonato nei primi mesi di vita dovrà imparare, tra le tantissime cose, anche a fare la cacca.
Questo meccanismo per lui non è di immediata comprensione: svuotare l’intestino prevede il rilassamento dello sfintere anale e la contemporanea attivazione del torchio addominale, insieme di azioni che possono risultare non poco complesse.
Può accadere che quando il piccolo sente lo stimolo o sente movimenti intestinali, a causa del fastidio (o talvolta anche per lo spavento procurato da queste nuove sensazioni), anziché rilassare lo sfintere,  possa contrarlo, ottenendo l’effetto contrario.

E’ molto importante inoltre che i neogenitori sappiano che il neonato può avere una fisiologia e una regolarità intestinale molto diversa rispetto quella dell’adulto.
In particolare, dopo il primo mese di vita, se il neonato è allattato esclusivamente al seno o alimentato con solo latte materno può:

  • o mantenere un buon ritmo nello sporcare i pannolini (può esservi almeno una cacca al giorno, ma anche 5 o 6 o addirittura una per ogni poppata)
  • oppure può arrivare a fare la cacca una volta ogni 5-7 giorni

In quest’ultimo caso non si tratta di stitichezza, perché, essendo il latte materno significativamente povero di scorie, alcuni bambini tendono ad accumulare parecchio prima di liberarsi.
La cosa importante è che i genitori osservino che il bambino stia bene, sia tranquillo, continui ad alimentarsi regolarmente e mantenga almeno i soliti 5-6 pannolini di pipì al giorno.

Diverso dovrebbe essere per i bimbi alimentati con allattamento misto (latte materno + latte formulato) o con il solo formulato in cui sarebbe bene osservare una regolarità quotidiana, o quasi.

 

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Biological Nurturing

Il Biological Nurturing è una posizione di allattamento che secondo recenti studi favorisce l’attacco al seno del neonato e l’efficacia della poppata.

Il Biological Nurturing, che non ha in italiano una traduzione esatta e viene definito semplicemente BN, prevede che la madre:

  1. Possa accomodarsi in un luogo calmo e sereno
  2. Si appoggi bene allo schienale del divano o sia sostenuta da numerosi cuscini dietro la schiena se è nel letto
  3. Mantenga una posizione semi-reclinata, magari con i piedi sollevati o leggermente rialzati da terra
  4. Il bambino sia ben appoggiato sul suo petto con il pancino a contatto con il suo corpo

Il BN è spesso la modalità con cui la mamma, se non disturbata, allatta spontaneamente dopo il parto.
Molto simile come posizione a quella che viene consigliata per la pratica del Skin to Skin (pelle a pelle), tuttavia non prevede per forza che la mamma abbia il petto nudo e che anche il bimbo sia senza vestiti.

Diversamente dalla tradizionale posizione seduta in cui viene mantenuta la schiena ben dritta e si sorregge con l’avambraccio il corpo del bambino, con il BN mamma e bambino possono mantenere una postura più rilassata e più comoda, con tutti i benefici che un allattamento confortevole comporta.
Ma non solo, questa posizione ha la capacità di attivare una serie di riflessi e competenze neonatali che rendono più facile l’attacco al seno e il mantenimento di una suzione adeguata.

E’ pertanto consigliata in situazioni come ad esempio:

  • difficoltà nell’attacco al seno e/o nel mantenimento dell’attacco
  • difficoltà a svolgere poppate efficaci e/o suzione debole
  • ragadi o dolore durante la poppata dato da un attacco non corretto
  • forte riflesso di emissione di latte
Buon Biological Nurturing a tutti!

Sitografia e Bibliografia:
http://www.biologicalnurturing.com/pages/publications.html
http://www.tizianacatanzani.it/video-utili/157-allattare-nella-posizione-del-biological-nurturing.html
http://www.bambinonaturale.it/2010/01/allattare-istinto-o-apprendimento/

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L’acne neonatale: di cosa si tratta, cause, cure e rimedi

Eruzioni cutanee, brufoletti, pelle arrossata e infiammata.
Scopriamo cosa accade a volte alla pelle del neonato

Più spesso di quel che si pensa succede che sulla pelle liscia e morbida del neonato compaiano brufoletti e piccoli puntini rossi.
Questo fenomeno che può presentarsi nelle settimane dopo il parto, e talvolta durare anche qualche mese, prende il nome di acne neonatale.

Ebbene sì, seppur l’acne sia associata nell’immaginario collettivo al periodo della pubertà, o alla sindrome premestruale, o ad eccedenze alimentari e altre situazioni, tuttavia è un’evenienza molto frequente anche nella vita neonatale.

E perché succede?

Il motivo di questo fenomeno è correlato al passaggio di ormoni dalla mamma attraverso il latte materno.
Tali ormoni hanno un effetto sulle ghiandole sebacee del piccolo, sul cui corpo si possono diffondere le famose pustolette arrossate.
Ma non preoccupatevi!
L’acne neonatale, se non da un punto di vista estetico, non ha conseguenze per la pelle del vostro piccolo e con un po’ di tempo scomparirà.
Non servono trattamenti particolari, non serve che la mamma corregga la sua dieta o eviti certi alimenti.

I consigli pratici su cosa fare e non fare sono:

  1. Se aumentano di numero e tendono ad espandersi in modo importante consultare il pediatra. Si dovrà infatti escludere una natura diversa dell’eruzione cutanea.
  2. Lavare con acqua e tamponare con delicatezza 1-2 volte al giorno, evitando saponi.
  3. Non applicare prodotti/creme/lozioni antiacne che potrebbero essere troppo aggressive per la pelle del neonato.
  4. Per non rischiare di infiammare ulteriormente la pelle evitare di spremere, sfregare, schiacciare o grattare i brufoletti

 

Rimedi efficaci e naturali possono essere:

  • Camomilla: preparare e fare raffreddare una tazza di camomilla e fare delle dolci e rinfrescanti spugnature al piccolo. La camomilla ha proprietà emollienti e rinfrescanti.
  • Latte materno: spremere qualche goccia di latte materno su un batuffolo di cotone e tamponare sulle zone arrossate. Il latte materno ha grandiose proprietà lenitive, antinfiammatorie e favorisce i processi di riparazione della cute.
Pazienza, cura e amore saranno la cura e la medicina più efficace!

 

 

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Quando si supera la data presunta del parto

Le preoccupazioni, i dubbi, i pensieri che affiorano quando si superano le fatidiche 40 settimane.
Parliamone un po’. Sfatiamo qualche mito!

 

Di recente ho ricevuto messaggi di questo tipo. Ve ne riporto fedelmente uno:
Ciao Martina, sono quasi a 40 settimane e ciccio pare stare benissimo qua dentro! Inizio a sentire ansia da scadenza del tempo! Cosa posso fare? Non ti nascondo che temo l’induzione delle 41+ qualche giorno. E non vorrei arrivarci! Consigli?

Partiamo dall’inizio, provo a spiegarmi:

1. Mia cara, non c’è alcuna scadenza.
Non sei uno yogurt, né uno stracchino (cit.).
Quella che hanno calcolato ad inizio gravidanza è solo la data PRESUNTA. E in quanto presunta, non preoccuparti, il tuo piccolo ha ancora tempo per decidere di affacciarsi al mondo.
La gravidanza è considerata a termine dalle 37 alle 42 settimane, per cui, vale per tutte, non allarmatevi!
I bimbi lo sanno!

2. Mi rendo conto possa essere difficile. La pancia che pesa, la schiena a volte dolente, i movimenti meno agili, la difficoltà a fare cose semplici come infilarsi le scarpe, il fiato corto dopo una rampa di scale. E poi la tanta voglia di vedere la creaturina. Ma fosse solo questo! Talvolta si arriva alla data presunta del parto e le persone attorno, seppur in chiara e ovvia buonafede, anziché capire e lasciare spazio, tempo, agio se ne escono con frasi tipo “MA NON HAI ANCORA PARTORITO?”, “MA CE L’HAI ANCORA LI’?” indicando la pancia increduli!
Ebbene mamma, sii paziente. Resisti. Istruisci il tuo compagno o qualche persona fidata affinché con garbo ma decisione possa rispondere al tuo posto. Oppure ignora. E’ sempre una mossa intelligente!

3. E’ direttamente collegato al punto 2, mi raccomando, cerca di mantenerti calma, serena, fiduciosa.
Da un punto di vista biologico gli ormoni e i neurotrasmettitori che intervengono affinché il travaglio parta e proceda sono prodotti solo se la mamma è tranquilla, rilassata, fiduciosa e vive uno stato di benessere generale. Di contro, le sostanze che il corpo produce in risposta a stimoli stressanti o a situazioni che portano ansia, preoccupazione, angoscia possono fungere da inibizione al naturale processo di avvio del travaglio.
Quindi, regalati pure attività, situazioni, momenti che ti generano piacere e rilassamento.
Una passeggiata, una torta, una cena romantica, un pomeriggio con un’amica, due ore di shopping, un massaggio rilassante, un bel libro, musica gradita, una mattinata dalla parrucchiera o dall’estetista (immediatamente dopo il parto magari sarà difficile andarci) e così via! Ognuna, in base ai suoi gusti vada cercando le strategie per vivere giornate piacevoli.

4. Se sei un po’ stanca e ti senti pronta puoi provare a domandare anche un aiutino al partner!
I rapporti sessuali infatti, possono essere utili come modalità naturale per avviare le prime modificazioni del collo uterino e quindi poi, magari, anche le contrazioni uterine.
Ovviamente funzionano solo ed esclusivamente se la mamma e il suo piccolo sono pronti, ossia se vi sono tutte le condizioni affinché il travaglio possa partire e procedere.

5. Diffida di chi ti dice di camminare e camminare, fare scale e fare scale.
No, non è corretto. Mantenere uno stile di vita attivo e dinamico sì, ma esagerare con attività che non piacciono o che stressano possono portare l’effetto contrario secondo i principi descritti al punto 3.
Quindi, preferire passeggiate all’aperto, magari in compagnia di qualcuno con cui trascorrere volentieri del tempo, per un numero di minuti che il corpo tollera bene, senza affaticarti in modo eccessivo.

6. Se ci fosse possibilità e tempo potrebbe tornare utile un trattamento osteopatico così da riequilibrare l’organismo ed aiutare a togliere eventuali blocchi, sia meccanici (legamenti poco flessibili, articolazioni poco morbide, compressioni o rigidità eventuali a livello del bacino o del torace ecc ecc..) ma anche energetici.
Simile effetto benefico si può riscontrare con sedute di agopuntura o di digitopressione, ovviamente sempre eseguiti da professionisti competenti e abituati a lavorare sul corpo della donna in gravidanza.

7.Sicuramente un aiuto grandioso ed efficacissimo è dato da te stessa!
Provare a considerare quel tempo in più prima del parto come una possibilità e non come una tortura può rendere tutto più facile.
Gli ultimi giorni possono essere impiegati per finire di prepararsi, pensare a come gestire il proprio travaglio, riordinare le idee riguardo ciò che può servire per una positiva esperienza di nascita, concedersi qualche coccola extra, fare cose che non si potranno fare per qualche tempo dopo il parto, crearsi uno schema delle strategie che possono essere d’aiuto nelle settimane a venire e così via.
Ricorda mamma, è il tuo bambino che decide quando nascere, è lui che sceglie quando è il momento adatto per attivare in te il travaglio.
Ed è sempre lui che in questi ultimi giorni ti sta lasciando il tempo e lo spazio per allenarti e per sperimentare quelle doti che nei giorni dopo la nascita torneranno utilissime.
Ossia…Calma, Attesa, Pazienza, Fiducia.
Concediglielo, conceditelo!

 

Immagine: https://it.pinterest.com/pin/386394843012658126/

Il puerperio difficile. Sensazioni, impressioni, emozioni di una nuova vita.

Le sensazioni del puerperio.
Elencate, descritte, messe a nudo.
Perché sono preziose. E meritano voce, dignità, spazio e tempo.

Eccoci qua piccolo mio.

Siamo appena rientrati.
Te la presento, questa è casa tua.
Casa nostra.
Sei con noi da quanto? Una settimana? 7 giorni? Forse meno di 200 ore.
E l’unica cosa a cui riesco a pensare è la rivoluzione che hai già portato.
Così piccolo, così tenero, così potente.
Solo pochissimi giorni fa in questa casa eravamo in due.
E non credo esistano parole adatte a spiegare quanto possa essere magnifico, ma allo stesso tempo strano, surreale, sconcertante il fatto che ci siamo rientrati in tre.

Chi sei tu? Da dove vieni tu piccolo? Cosa vuoi?

Ti ho desiderato con energie che pensavo di non avere, ti ho immaginato, ti ho toccato, ti ho baciato già milioni di volte nella mia mente.
Ti ho già allattato, ti ho già preso in braccio, mi sono presa cura di te con amore e pazienza.
Ti ho parlato, educato, insegnato, cresciuto, ho gioito con te e di te.
Nella mia mente.
Ma te lo confesso, pensavo fosse più facile farlo nella realtà.

Fa un po’ male .
Sento una grande fatica.
E’ come una zavorra. E come qualcosa che si appiccica e non si lava via.
E’ la paura. E’ il terrore di non essere abbastanza.
E’ l’estraneità.

Chi sei tu? Da dove vieni piccolo? Cosa vuoi?
Credevo che avrei avuto pensieri molto diversi da quelli che mi attraversano.

Questa era la mia casa, ci tenevo molto che fosse ordinata, pulita, accogliente.
In questo momento è un contenitore di oggetti e persone.
È una via di mezzo tra un vivaio, per i fiori e le piante che ci hanno regalato e un negozio di articoli per bambini, per carrozzina, seggiolini, seggiolotti e seggioloni che la invadono.
Non sono ancora riuscita a dare un ordine a questi nuovi oggetti, a fargli uno spazio.
Forse, perché l’ordine e lo spazio faticano a prendere forma dentro di me, per prima cosa.

E poi il mio corpo. La pancia molle, il seno dolente, il latte che bagna i vestiti, i capelli arruffati, il filo di trucco messo perché attendiamo i parenti ma che non copre nemmeno con le migliori intenzioni le occhiaie e la mia stanchezza.

Chi sei tu? Da dove vieni piccolo? Cosa vuoi?
Pensavo che avrei avuto pensieri molto diversi da quelli che mi attraversano, lo ribadisco.

Sono stanca, sono triste.
Oggi è stata una buona giornata, tutto sommato. Ce la stiamo, con estrema calma, facendo.
Ma sono triste. E vorrei piangere.

E poi…
Quelli che vogliono insegnarmi, dirmi cosa fare.
Quelli che provano a spiegarmi come si fa, cosa sarà, perché dovrei.
Non ce la faccio.
Sono una donna forte, ho sempre seguito me stessa, ho sempre tenuto al proprio posto le interferenze, ho sempre spiegato le mie ragioni. Ma questa volta non ho le energie.
Ho momenti in cui mi sento il burattino di questa situazione, anziché la protagonista.
Mi serve aiuto amorevole, vorrei braccia sicure attorno a noi.
Che mamma hai piccolo mio?
Che mamma sono?

Che mamma sarà quella che si chiede “chi me lo ha fatto fare?”?
Mi sento in colpa.
Tu sei così bello, cosi dolce, così perfetto.
Tuo papà è così felice.
Lo vedo l’amore che zampilla tra le sue parole quando racconta di te.
La vedo la meraviglia nei suoi occhi ogni volta che ti guarda. E quella delicata grazie che mette quando con le sue manone tocca le tue, o quando ti prende in braccio come se fossi di cristallo.
Che immagini stupende sto vedendo. Ma non sento il cuore esplodere come avrei immaginato.

E poi il tuo pianto. Me lo avevano spiegato che i neonato piangono, che parlano così, che serve tempo.
Ma il tuo pianto mi si conficca nel cervello.
È come un dardo che veloce e violentissimo mi colpisce.
E la forza con cui mi raggiunge a volte è così pesante che vorrei scappare, che vorrei urlare più forte, che vorrei piangere più forte.

Chi sei tu? Da dove vieni piccolo? Cosa vuoi?

Vorrei sentirmi dire che è normale, vorrei sapere che non sono strana, o diversa, o malata, o una cattiva madre.
Perché te lo giuro piccolo, mi sto impegnando.
Ma devo capire come fare, come essere.
Devo ricomporre i pezzi, ricreare ordine, ricreare gli spazi.

E poi, probabilmente ti amerò.
Ti amerò come mi aspetto.
Ti amerò con tutta me stessa, con cuore, anima, mente, corpo e altro ancora.
Forse mi serve solo un po’ di tempo.
Ma ora è un tempo difficile. Ti chiedo scusa.
Ti chiedo davvero scusa. Vorrei non fosse così.
Sii paziente.
Sono grande, sono adulta, sono donna, sono da tanto tempo in questo mondo.
Ma come mamma non ho più di pochi giorni.
Come mamma sono nata assieme a te.

Paracapezzolo, perché è meglio non usarlo?

A cosa serve? Come usarlo con criterio? Come evitarlo?

Sempre più diffuso, sempre più spesso collocato nelle liste nascita, sempre più di frequente inserito addirittura nella valigia dell’ospedale.
Il paracapezzolo è considerato, ogni giorno di più, un normalissimo strumento da neomamma.

Per merito (o colpa?) delle ditte produttrici che lo pubblicizzano come del tutto adatto alla bocca del neonato, ergonomico, morbido, flessibile, realizzato con ottimi materiali e così via, l’idea progressivamente più diffusa è che l’allattamento al seno possa, con l’utilizzo di questo dispositivo, essere più facile, confortevole e positivo.

Ad oggi tuttavia, non esistono evidenze scientifiche che sostengano l’effettiva utilità di questo dispositivo.
Anzi, organizzazioni che si occupano di sostegno all’allattamento e professionisti aggiornati ed esperti nell’ambito sconsigliano l’utilizzo del paracapezzolo poiché ritenuto un’interferenza in grado di compromettere il comfort e l’esclusività dell’allattamento stesso.

Ma vediamo perché con un’analisi delle situazioni più frequenti:

“Me l’hanno consigliato i primi giorni perché il mio bimbo faceva fatica ad attaccarsi al seno”

I motivi per cui un bambino e la sua mamma possono avere difficoltà durante i primi giorni sono numerosissimi.
La fatica o lo stress del parto, ansia, preoccupazione, stati di tensione vissuti dalla madre, interferenze negative, troppe visite, caos che regna attorno alla nuova famiglia, neonato che dorme molto o non si sveglia con regolarità per poppare ecc ecc..
Se ciò dovesse verificarsi prima di utilizzare il paracapezzolo alla mamma può essere utile:
1. poter riposare quando lo desidera e non essere disturbata da troppe persone/visite/interferenze
2. poter trascorrere il tempo in un contesto caldo e rilassato in cui prendere confidenza con calma e fiducia con il suo bambino e le sue necessità
3. poter fare tanto pelle a pelle con il piccolo
4. praticare il biological nurturing (a brevissimo un articolo sull’argomento!!)

“Ho iniziato ad usarlo perché avevo le ragadi”

Il paracapezzolo non risolve il problema delle ragadi, o meglio, potrebbe risolverlo momentaneamente ma non impedirne il ritorno in futuro. Le ragadi, infatti, sono sempre e solo associate ad un attacco al seno scorretto e l’unica soluzione definitiva e duratura è correggere l’attacco. Usare il paracapezzolo fa si che il bambino vada consolidando un attacco non corretto, e pertanto, una volta eliminato la ragade potrebbe tornare.

“Ho il capezzolo piatto” 

L’attacco corretto al seno è quello in cui il bambino spalancando la bocca prende al suo interno non solo il capezzolo ma anche una porzione di areola. Questo attacco, definito profondo, fa si che seppur la mamma abbia una conformazione del capezzolo diversa da quella attesa, il bambino possa tuttavia attaccarsi senza problemi.

 

Inoltre, il paracapezzolo non è consigliato (se non in rari e isolati casi valutati da esperti) perché:

  1.  interferisce con il consolidamento del corretto attacco al seno.
    Poiché il bambino generalmente si attacca al paracapezzolo con un’apertura della bocca molto minore rispetto quella che dovrebbe avere se si attaccasse al solo seno materno, la conseguenza è, con un uso prolungato, che il bambino consolidi un attacco “poco ampio” che può portare a difficoltà successive, come ad esempio un trasferimento di latte non adeguato, dolore, schiacchiamento del capezzolo, ragadi.
  2.  può ostacolare la corretta stimolazione della produzione di latte.
    Il capezzolo racchiude al suo interno dei nervi direttamente collegati all’ipofisi materna. Questa ghiandola produce e secerne prolattina e ossitocina, due ormoni a loro volta deputati alla produzione ed emissione di latte. L’”effetto barriera” dato dal paracapezzolo può interferire con l’importantissima stimolazione tattile che la bocca del bambino esercita sul capezzolo e di conseguenza con l’attivazione ormonale correlata alla produzione.
  3. può ostacolare un’efficace emissione di latte.
    Il paracapezzolo determina un impedimento di stimolazione anche nell’areola. Questa zona è ricca nel suo tessuto sottostante di ghiandole che producono e raccolgono latte. L’attacco del bimbo poco ampio generalmente associato all’uso del paracapezzolo e l’effetto barriera dato dal silicone possono causare un trasferimento di latte e un drenaggio del seno non adeguato. Questo è spesso causa di indurimenti del seno o dell’inibizione della produzione di latte.
  4. può confondere il bambino.
    Il neonato, molto sensibile a livello di lingua e palato, potrebbe, se si abitua alla consistenza del silicone, arrivare addirittura a rifiutare il seno sprovvisto di questo. Alcuni bambini con cui il paracapezzolo viene usato a lungo, nonostante accettino di attaccarsi al seno materno senza ausili, tuttavia non ciucciano e non succhiano perché non ne riconoscono la consistenza.
Quando si può usare il paracapezzolo?

L’uso andrebbe destinato alle sole situazioni in cui davvero si riscontra una reale necessità, come nei casi di bambini prematuri, o di bambini con anomalie anatomiche e/o difficoltà funzionali nella suzione.

Andrebbe inoltre:

  1. Utilizzato sotto prescrizione e guida di personale esperto
  2. Scelta una taglia adeguata alla misura e conformazione del seno materno
  3. Applicato in modo corretto (non va semplicemente appoggiato al seno ma andrebbe prima lasciato in acqua calda e successivamente fatto aderire al seno in modo tale da non doverlo sorreggere durante la poppata)
  4. Utilizzato per un periodo limitato, istruendo la mamma sul fatto che è un dispositivo momentaneo
  5. Eliminato non appena possibile avendo qualche piccola accortezza

 

 Immagine: https://it.pinterest.com/pin/469570698637609601/

Sitografia e Bibliografia:

http://www.tizianacatanzani.it/blog/76-paracapezzolo-no-grazie.html

Allattare un gesto d’amore- Tiziana Catanzani

Il pianto del neonato

Le domande più frequenti
-Perché il neonato piange?

Per comunicare!
Avete mai pensato a quante parole diciamo noi in una giornata? Ecco, tante!
Il neonato nasce con un numero incredibile di competenze tra le quali quella di saperci riferire ogni suo bisogno e necessità attraverso quell’insieme di suoni che identifichiamo con il pianto.

A cosa gli serve piangere?

Il pianto è il mezzo che consente al piccolo di metterci al corrente del suo stato, di farci sapere ciò che non gradisce, ciò che vorrebbe o che desidera, ciò che gli serve o ciò che non vuole più.

In che momento della giornata piange maggiormente?

Seppur non sia facile rispondere a questa domanda poiché la soggettività di ogni individuo gioca un ruolo importante, bisogna riconoscere che moltissimi neonati tendono ad essere più nervosi o irrequieti di sera.
In particolare nella fascia oraria (indicativa!!) 18- 23 il neonato inizia a sentire tutta la stanchezza della giornata, rielabora gli stimoli ricevuti, avverte il passaggio dal giorno alla notte, percepisce la stanchezza e l’esaurimento di energie della mamma..
A causa di questi, e spesso altri motivi, può più facilmente innervosirsi e quindi piangere.

E chi piange di frequente sia di giorno, sia di notte?

Ogni piccolo ha il suo carattere, il suo temperamento, i suoi gusti, le sue necessità, le sue preferenze, i suoi ritmi.
Non vale una sola e singola regola per tutti i neonati e le variabili sono numerosissime.
La cosa da ricordare sempre è che se un bambino piange è perché sta comunicando.
Non esistono neonati viziati, o neonati che “tiranneggiano” i genitori, oppure neonati che hanno un brutto carattere e a cui va insegnato subito chi comanda.
No, niente di tutto ciò.
Il neonato che piange ci sta dicendo che ha bisogno!

Cosa può dirci il neonato con il pianto?

Più o meno.. qualsiasi cosa!!
Che ha fame, ha sete, ha caldo o freddo, che si sente solo o che s’è spaventato, che ha bisogno di contatto oppure che è un po’ annoiato.
Ci può dire se ha appena fatto la cacca, oppure se ha sentito qualche movimento nel suo pancino, oppure se sta per scappargli un ruttino.
E ancora può richiedere attenzioni, può aver bisogno interazioni, può desiderare il contenimento delle braccia del genitore o della vicinanza della sua mamma.
Può voler ciucciare un po’ al seno o di essere cullato per rassicurarsi e rilassarsi.
Ci dice, con il pianto, se è stanco, se ha sonno, se ha esaurito le energie, se vuole riposare.

Sono troppo stanca a volte, come faccio?

Dal punto di vista pratico un piccolo suggerimento per le mamme è quello di scegliere con cura qualcuno che possa aiutarle, sostenerle, dare un aiuto pratico amorevole e mai invadente.
Che sia un’amica, una parente, un’ostetrica o una doula.
Qualcuno di apprezzato e magari di piacevole che possa svolgere piccole faccende domestiche, che possa fare una spesa, oppure preparare un pasto dignitoso, o anche solo con cui poter parlare, con cui poter raccontare qualcosa.
Va ricordato che il cucciolo d’uomo, esattamente come i cuccioli di tutti i mammiferi, risente in modo importante dello stato d’animo della madre.
Se la madre è dunque nervosa, preoccupata, particolarmente provata o spossata, stanca, sfiduciata, spesso irrequieta sarà più facile che anche il suo piccolo possa in qualche modo essere più nervoso e tendente al pianto!

Come capisco cosa vuole il piccolo?

L’enorme sfida per mamma e papà è capire di cosa esattamente il neonato ha bisogno.
Non è di certo facile nei primi tempi, il pianto può essere emotivamente difficile da gestire, può spaventare, può muovere grande compassione o talvolta anche il senso di colpa, può innervosire o far sentire inadeguati, può mettere dubbi sulla salute del bimbo o può mettere dubbi sulle proprie capacità di accudimento.
Forza e coraggio!! Sono fasi e bisogna darsi il tempo di conoscersi e di comprendersi!
Con qualche settimana assieme, con una buona dose di pazienza e con un discreto quantitativo di fiducia, la grande maggioranza delle mamme e dei papà riesce a comprendere da pochi vagiti cosa il piccolo richiede .

Cos’altro può essermi utile sapere?

Fondamentale è sapere che il neonato si accinge nei primi mesi di vita a fare tutto per le primissime volte e questo può costargli fatica e stanchezza.
Inoltre, non conosce nulla del nostro mondo tranne la sua mamma e può essere dunque spaventato da un grandissimo numero di stimoli provenineti sia dal suo corpo, sia dall’ambiente esterno.
Il piccolo non sa cosa sia una carrozzina o una sdraietta, un passeggino o un seggiolino e spesso non apprezza tutti questi “contenitori”, preferendo la vicinanza con la mamma.
Il cucciolo di uomo non piange solo perché ha fame, non passa tutto il tempo a dormire dopo la poppata, non si arrabbia nelle ore serali perché ha le coliche (per fortuna sono, nonostante ciò che si dice, un’evenienza rara), non ha un caratteraccio e nemmeno è capriccioso.
Il neonato è una nuova persona, seppur piccola di stazza, arrivata nel nostro (strano) mondo e con il pianto inizia a farci sapere i suoi gusti, le sue necessità e le sue preferenze.

 

 

 

 

Immagine: https://it.pinterest.com/pin/393924298631678173/

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